Motta, “Vivere o morire”: recensione e streaming


Il secondo disco di Francesco Motta è un gioco di sensazioni a cui non si può rimanere indifferenti. Le sue parole, poche, efficaci, ripetute in loop, si accompagnano al mixer di Taketo Gohara, che ripulisce i suoni e la voce rendendo Vivere o morire una creatura distante da La fine dei vent’anni, il disco d’esordio dell’artista toscano, nonostante una sottile linea, fatta di contrasti cromatici e vocali, unisca questi due lavori.

Durante l’ascolto, però, si abbandona per un momento il tempo e lo spazio circostante, ci si lascia trasportare dall’arrangiamento e dalle sfumature vocali, dai pochi accordi che Francesco non ha alcuna intenzione di cambiare (Di cambiare accordi no, non me ne frega niente recita la title track) e delle parole ridotte all’osso, riuscendo comunque a esprimere le paure, le sensazioni che l’amore regala, da quello per una donna a quello tra padre e figlio, protagonista dell’ultima traccia dell’album. Un amore asciutto, scarno, essenziale, fatto di quelle poche e semplici cose che non dovrebbero mai mancare alla base di un rapporto, arricchite da sonorità estremamente ricercate, scomposte nella dimensione, sognante e non, di chitarre acustiche, pianoforti, fiati e percussioni.

Motta traccia per traccia

Va tutto bene e continuano a muoversi male/e poi ti fanno cantare

Ed è quasi come essere felice è il brano che apre la strada, e lo fa con poche frasi dedicate alla felicità conquistata, alla ricerca del suono che fa la comprensione, con una potenza musicale di sottofondo che entra dentro e conquista con i suoi bassi, al punto che risulta quasi necessaria la rassicurante voce profonda di Motta per non perdersi nel turbinio di corrente creata ad arte durante la produzione.

 

Vieni via con me/è arrivata l’ora di restare

Quanta paura può fare un amore che nasce? Quanto spasmodica può essere la ricerca di risposte a domande impossibili di un cuore che si prepara ad aprirsi di fronte a qualcuno? In Quello che siamo diventati si parla di rese, di evidenze, di sentimenti che riescono ad avere più forza delle perplessità e dei timori. Complice Roma, complice la notte, ci si spoglia dei vestiti del corpo e dell’anima, perché è finalmente arrivata l’ora di restare. Musicalmente potente, si alternano toni caldi a sfumature più alte, la chitarra acustica fa da padrona, lasciando ipotizzare una riuscita live ancor più scarna e dal probabile alto impatto emozionale.

 

Smettere di odiare, smettere di bere/e avere voglia di cambiare idea continuamente

Il legame con la fine dei vent’anni è sicuramente stretto in Vivere o morire, la traccia che da il titolo all’album, il momento in cui la vita va presa di petto, scegliendo le direzioni da prendere, dalla città che ci ha visti muovere i primi passi alle valigie pronte per affrontare nuovi percorsi, tra prese di coscienza dei propri limiti e di quelli delle persone che ci circondano. La giustificata distrazione che legittima le fragilità di un giovane uomo rendono ancora più delicata questa traccia, forse meno d’impatto alle precedenti, ma arricchita da uno dei testi più completi dell’intero album.

 

Abbiamo finito le parole/e tu che non hai mai capito da dove cominciare

Meritatamente singolo, La nostra ultima canzone non è un addio ma lo sembra, ne ha il sapore malinconico, il profumo agrodolce di un locale che sta per chiudere, di una mano che non stringerà più quella dell’altro. Il ritmo è coinvolgente, rotondo, il cantato nei toni più alti ricorda le sonorità del precedente album, rendendo il brano una sorta di spartiacque al sapore di un domani in bilico.

 

In equilibrio perfetto tra tutto quello che ho perso/e quello che ho scelto/e anche quello che ho sbagliato

Chissà dove sarai sfiora delicatamente il ricordo di una donna lontana, lasciata andare, non trattenuta ma fortemente amata, a cui il pensiero ritorna tra archi che trasportano sulle loro ali una forza che solo i grandi legami riescono a mantenere nonostante il tempo e nella memoria. Una delle tracce più complete, meglio riuscite, che evoca immagini forti e le lascia risuonare con grazia.

 

E tutto quello che non so serve a scriverti canzoni

Ripetete comportamenti e aspettarsi risultati diversi, come una spirale testuale ed emotiva, in cui  continua a farsi spazio l’eco dell’errore precedente, dalle note al tempo della nuova canzone all’ennesima notte passata insieme a chi non sa fare diversamente, Per amore e basta. Come se servissero altri motivi, in fondo, per perseverare nell’errore.

 

E se non sai da dove cominciare/io non ti chiedo come andrà a finire

Ancora la dimensione dell’inizio, che terrorizza e affascina anche in questa traccia, la ballata che mancava, dove la celebrazione del dubbio tra due persone che si stanno scoprendo rende meno spaventose le domande e meno inquietante l’attesa della risposta. La prima volta è meno sognante di quanto ci si sarebbe aspettati, ma è il percorso a fare il viaggio, e Motta lo celebra dedicandogli una melodia in punta di dita, dalle chitarre alle percussioni, così come sulla punta delle dita si risvegliano i sensi di un sentimento che arriva veloce a stravolgere i punti fermi.

 

Sei diventato grande/ma dopo grande sei rimasto

Il tempo che passa è un altro dei temi ricorrenti della produzione artistica di Motta. E poi ci pensi un po’ è la consapevolezza di non poter fare altro che accettare gli anni che scorrono, veloci, regalando la piccola, grande, gioia di riuscire a non far ruotare intorno a sé stessi il centro del mondo, dedicandosi anche a chi abbiamo vicino, distinguendo cuore e lavoro, distinguendo il cuore da tutto il resto. Un “qui e ora” di scelte consapevoli, che sul finale sembra ricordare un ticchettio di orologi che sfuma in una melodia latina.

 

E adesso faccio il mostro/e tu il bambino

Una dedica leggera e commovente chiude l’album: Mi parli di te è una lettera a un padre che aveva sogni e ambizioni di ragazzo e che ha corretto il cammino per prendersi cura di un bimbo. Ora il bimbo è grande, i ruoli possono anche essere scambiati, lasciando che siano i ricordi di quel che non è stato a prendere il sopravvento, per una volta, nel gioco del “facciamo finta”.

Vivere o morire celebra Motta come una delle promesse mantenute della musica contemporanea, affidando ad alcuni punti chiave la capacità di arrivare a quanto più pubblico possibile, facendo da tramite tra la propria esperienza e quella dei suoi fan con semplici ingredienti, che hanno a che fare con l’accoglienza. L’amore che arriva, il tempo che passa, il dubbio che assale, vengono accolti come un dono, elaborati e stravolti, e quando diventano canzone assumono la forma, personale e potente, dell’artista che li ha vissuti.

Chiara Orsetti

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