Noirêve, pitoni & grattini

Noirêve è Janet Dappiano, producer e musicista trentina di formazione londinese che esplora il mondo della musica elettronica destreggiandosi tra Ableton, sintetizzatori e l’uso alternativo di eleganti oggetti scenici che diventano strumenti musicali”.

Abbiamo copiato l’autodefinizione da Facebook perché Janet è lucida nel raccontare se stessa almeno quanto sono sciolte le atmosfere del suo nuovo lavoro, Pitonatio, in grado di mescolare dream-pop, folktronica, trip-hop, world music, sensazioni mistiche ed erpetologia. Ecco qualche domanda (e molte risposte intelligenti) per la producer trentina.

Prima domanda obbligata: che cosa significa “Pitonatio”, termine che si presta a molteplici allusioni di vario tipo, e con il quale tu hai anche giocato sulla tua pagina FB?

Da anni uso questo termine per indicare uno stato di rilassatezza, una sorta di ozio in posizione orizzontale durante il quale non si avvertono ulteriori necessità e si lascia che la mente vaghi nelle sue peregrinazioni. Una condizione simile a quella del pitone, che dopo aver ingoiato la preda intera se ne frega di tutto e lascia che il suo corpo digerisca anche per mesi. Sia in famiglia che coi miei amici lo usiamo ormai regolarmente, rende un sacco l’idea… Rovazzi ha fatto successo soltanto perché non ho scritto prima di lui Andiamo a pitonare.

E il mondo, prima o poi, te ne chiederà conto. Mi spieghi la copertina?

Un giorno ero a Londra al Cyberdog, un negozio davvero trash a Camden Town, e tra tutine in latex e occhiali da aviatore ho visto questo ciondolo, una faccia senza occhi rinchiusa in un vetrino piatto. Ho pensato che mi rappresentasse proprio, un po’ inquietante e misteriosa come l’arte che piace a me.

L’ho comprata e chiamata Anima, indossandola a tutti i concerti come un amuleto. Ho voluto inserirla nella copertina del disco perché sento che questo album mi rappresenta in tutte le mie sfaccettature, come Anima che mi ha accompagnato in tutte le fasi di composizione e produzione del mio percorso come Noirêve.

Poi, mentre cercavo un grafico il cui stile si fondesse con la mia estetica per l’album, ho visto dei lavori di Elisa Simoncelli in cui integrava dei primi piani di persona a paesaggi naturali, e sono impazzita. Le ho chiesto se potesse fare un lavoro del genere col ciondolo, perché nel frattempo avevo deciso che uno dei temi (se così si possono definire) del disco sarebbe stato proprio il rapporto uomo-natura, come nel video di Pitonatio. Per quella che è la mia estetica ha fatto un lavoro eccezionale.

C’è molto “mondo” in questo disco, nel senso che basta chiudere un po’ gli occhi per avvertire non soltanto influenze diciamo “world music”, ma anche proprio tendenze viaggianti in direzioni diverse. Che tipo di momento e di aspirazioni hai cercato di fotografare?

Anche se questo è un disco d’esordio, per me è più un punto di arrivo che di partenza. Nei lavori precedenti mi sono mossa in territori più sicuri per me, e più tradizionali dal punto di vista della forma canzone. Mi piaceva già la world music, ma dovevo ancora ‘digerirla’ per sentirmi pronta a unirla alle mie composizioni, mentre il dream-pop è una dimensione che ho esplorato per anni, e che si è espressa nelle precedenti produzioni.

Dopo l’ultimo ep ho avvertito però che era tempo di esplorare territori nuovi, perché sentivo molta affinità con alcuni elementi della world music. In questo disco ho lasciato che affiorassero la maggior parte delle mie sfaccettature: ci sono ritmi tribali come in Embers e Holy Guacamole, produzioni dark come Lu Rusciu de Nonno Osvaldo, ma anche atmosfere sognanti e a tratti ambient come in Jalìa e Musica per Grattini, e le influenze world e trip-hop in Bradipedia e Pitonatio. Sono contenta perché sono riuscita a condensare diversi stili e influenze in un modo che a me sembra coerente.

Noirêve: cose da nerd e visione d’insieme

Come già mi è capitato di dirti, sei una delle poche donne, almeno in Italia, alle prese con questo genere. Perché pensi che il sesso femminile sia scoraggiato da questo tipo di musica, almeno quando si tratta di comporla ed eseguirla?

Noirêve Immagino che con “questo genere” tu intenda l’elettronica in generale. Io penso che la tecnologia ci faccia paura. Di solito è competenza degli uomini occuparsi delle cose più “nerd” perché loro si divertono a smanettare, noi quando siamo in difficoltà spesso ci innervosiamo e lasciamo perdere. Sto generalizzando in maniera quasi imbarazzante, ma credo che questa possa essere una tendenza. Se ci pensi anche i corsi a indirizzo umanistico e scientifico hanno una disparità tra uomini e donne…

Per me la donna tende di più all’astrazione, ad avere una visione d’insieme senza perdersi troppo nel dettaglio e lavora in questo senso, mentre da quello che ho visto gli uomini sono molto più razionali e settoriali, scavando in profondità ma talvolta perdendo di vista il quadro generale. Penso sia per questo che la maggior parte delle ragazze sono cantanti o musiciste classiche: possono esprimersi in modo più diretto, mentre i maschi preferiscono giocare con le minuzie della tecnologia.

Come gestisci il processo compositivo? Confermi che ti piace avere il controllo su quasi tutte le fasi della lavorazione?

Assolutamente sì, sono una rompicoglioni. Ma del resto, il prodotto è mio e non sta agli altri decidere come deve essere (già, non potrei mai lavorare con una major). Possono darmi dei consigli, e anzi li chiedo se non sono convinta di qualcosa, ma se ho chiaro in testa quello che voglio è difficile che scenda a compromessi. Questo di solito non è un problema, perché scelgo attentamente le persone con cui lavoro e quindi so già che siamo bene o male sulla stessa lunghezza d’onda, però cerco comunque di dare loro poco margine di errore.

Per esempio, sulla musica prima faccio tutti i premix nel miglior modo possibile, poi chiedo ai musicisti di registrarmi le parti in maniera fedele (a meno che non dia loro espressamente carta bianca), così il fonico ha già un’idea abbastanza precisa del ruolo degli elementi nel brano. Penso che se hai un’idea estetica forte sia importante farla uscire in ogni parte del prodotto, che deve essere organico in tutte le sue sfaccettature.

Il pezzo che mi ha incuriosito di più in assoluto è “Lu Rusciu De Nonno Osvaldo”, anche per il mix tra antico e moderno, popolare e etereo. Come nasce e come ti sei trovata, tu trentina e di formazione londinese, a esplorare le radici della musica salentina?

L’ultimo anno che ho vissuto a Londra ho lavorato a un piccolo progetto in cui prendevo elementi di brani tradizionali italiani e li rivisitavo in chiave elettronica (potete trovarlo qui https://soundcloud.com/ceci-nest-plus-du-folk). Allo stesso modo ho lavorato sul brano salentino Lu rusciu te lu mare, estrapolandone alcuni versi e arrangiandoli secondo quello che il testo e la musica mi comunicavano, un’atmosfera ben lontana dalla pizzica salentina. I miei nonni sono pugliesi, allora ne ho approfittato per chiedere al nonno Osvaldo di cantarmi quei versi. È stato bravissimo, due cuffie col click, senza base e con un’interpretazione che non cambierei con nessun cantante professionista.

Abbiamo sostanzialmente un dissing (privato) sull’accezione di “inquietante”: io ho trovato inquietante la tua “Musica per grattini” e invece tu la spacci per rilassante. Posto che il giudizio finale lo darà ognuno nelle proprie segrete stanze, mi racconti come nasce il brano che chiude il tuo disco?

Una volta stavo discutendo con degli amici di quanto fossero piacevoli i grattini, e allora mi è venuta l’idea di comporre un brano che fosse pensato appositamente per accompagnarli. Ho ripreso alcuni elementi della musica indostana, che ascolto spesso nei momenti di relax, recuperando ed espandendo le idee su cui si basa l’ālāp (il primo dei tre momenti dello sviluppo di un rāga).

Una volta imbastita la struttura del pezzo, mi sono rivolta ad Angelo Sorato (bansuri), Jacopo Bordigoni (sitar) e Niomí O’Rourke (voce) per registrare e/o improvvisare le parti relative al loro strumento. Ho dato loro qualche spunto e indicazione melodica, per poi lasciarli liberi di esplorare in autonomia le parti dei rispettivi strumenti, e una volta ricevuto il materiale l’ho selezionato e combinato per farli dialogare tra loro. La parte migliore è stata che anche se ero stretta coi tempi non mi sono stressata per niente, avendo il brano nelle orecchie tutto il giorno.

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