C’è chi sceglie l’estate come semplice sfondo e chi, invece, la trasforma in un punto di partenza. Con Olè, Nyco Ferrari inaugura una nuova fase del proprio percorso artistico, lasciandosi alle spalle la ricerca del consenso immediato per abbracciare una scrittura più autentica, schierata e consapevole.
Il risultato è un brano dall’anima solare e contagiosa che, dietro un ritornello capace di imprimersi subito nella memoria, nasconde una riflessione sul valore del presente, sull’importanza di ritrovare la propria umanità e sulla possibilità di immaginare un futuro diverso. In questa intervista ci racconta la nascita del singolo, il ruolo dei viaggi nella sua crescita artistica, il nuovo album in arrivo e il desiderio, sempre più forte, di fare musica senza lasciarsi guidare dagli algoritmi, ma dalla necessità di dire qualcosa di vero.
Olè arriva con un’energia quasi liberatoria, ma sotto la superficie sembra nascondere anche una riflessione sul bisogno di tornare a vivere il presente. Quando hai capito che questo brano sarebbe diventato il manifesto di questa nuova fase?
Con Olè si apre un nuovo capitolo della mia produzione discografica. È un capitolo di svolta, politicamente impegnato e artisticamente schierato. È in effetti un ritorno. Un ritorno alle radici, alla semplicità, al fattore umano e, sì, ovviamente al presente.
Ho voluto iniziare il percorso proprio con Olè perché è l’inno alla vita di cui ogni rivoluzione ha bisogno per trovare lo slancio verso il nuovo mondo. Perché un pugno chiuso al vento non serve a niente se non tiene stretti nel palmo dei semi da far germogliare.
Nel ritornello quel “viva la vita” suona più come una scelta consapevole che come uno slogan. Quanto è difficile, oggi, raccontare la leggerezza senza renderla superficiale?
È estremamente difficile. Perché si rischia sempre di fare la figura di chi non vede i problemi concreti del mondo e del viverci, e perché questa è una società che ama l’autodistruzione e il cinismo. Facci caso: se sei un artista è molto difficile pubblicare una foto in cui si ride o si sorride. E mi metto in prima fila come vittima e complice di questo sistema di “presi male”.
Con Olè mi voglio impegnare a comunicare qualcosa di diverso, un’energia positiva, rinnovatrice. Dev’essere la bussola per il mondo nuovo.
Nel tuo percorso hai sempre mescolato influenze raccolte in città e culture diverse, dal Mediterraneo fino a metropoli come Londra e New York. In che modo questo bagaglio continua a influenzare anche un brano apparentemente immediato come Olè?
Sembrerà incredibile, ma ho incontrato il Momento Presente proprio nella Grande Mela che non dorme mai. Lì ho capito chi volessi essere. In questi termini Olè è figlia anche di una metropoli come New York.
Soprattutto, Olè ti invita a lasciare “tutto”, anche solo per tre minuti di ascolto, e per “tutto” intendo le superfetazioni e i costrutti che ti limitano. Questo, almeno in teoria, me l’hanno insegnato i viaggi e le diverse vite che ho vissuto in città e culture differenti. Quando sperimenti un “io” diverso nei diversi contesti, capisci cosa fa davvero parte di te e cosa, invece, è superfluo.
Il singolo arriva nel pieno dell’estate, ma dà l’impressione di voler sopravvivere ben oltre la stagione. Hai mai avuto il timore che un brano così luminoso potesse essere etichettato troppo in fretta come “tormentone estivo”?
Assolutamente. È proprio il timore che ho per Olè. Al contempo, insieme ad Alessandro Galtieri, che si è occupato della produzione, ho ricercato un sound che più che portare all’estate portasse a un Altrove, un’ispirazione sudamericana e latineggiante che trascende l’estate per raccontare un modo diverso di prendere la vita.
Se Olè rappresenta l’inizio del viaggio verso il nuovo album, quale pensi sia il filo rosso che unirà tutti i brani? C’è un’idea o una domanda che attraversa l’intero progetto?
Questa è la domanda che mi aspettavo! Tutti i brani portano con sé un’esigenza di realtà e sincerità, nel sound e nel testo. Ogni brano è pensato come uno step per la creazione di un mondo nuovo. Di più non posso dire, altrimenti vi spoilero troppo!
Guardando al Nyco Ferrari degli esordi e a quello di oggi, qual è la convinzione artistica che hai completamente cambiato e quale, invece, è rimasta intatta nonostante tutti i cambiamenti del tuo percorso?
Di certo Nyco sta pian piano imparando a fregarsene del pubblico. Con tutto il rispetto che ho per chi mi ascolta e viene ai live. Ma “Nyco” ha sempre avuto paura del giudizio, ha sempre cercato di fare musica che catturasse dai primi tre secondi del play, provando a competere nel mercato saturo delle canzoni scritte per l’algoritmo.
Ora, invece, Nyco sta imparando a lasciar andare, a essere sé stesso, a essere cringe. Cosa che, in realtà, mi pare lo renda molto meno cringe di quanto non lo fosse prima.
Quella che rimane invariata è la prospettiva sulla mia missione. Fare il cantautore porta con sé una grande responsabilità e, allo stesso tempo, una grande ricchezza. Da quando ho iniziato a pensarmi nel ruolo del cantautore non ho mai smesso di vedere questa missione come un processo spirituale, una rigenerazione energetica, prima di tutto mia e, di conseguenza, di chi mi ascolta.

