Omar Pedrini, “Sospeso”: recensione e streaming

E’ disponibile su tutte le piattaforme digitali, in cd e vinile per Virgin Music LAS (Universal Music Italia) Sospeso, il nuovo album di Omar Pedrini.

Faccio parte e ho rappresentato la X Generation, la prima generazione sfigata. Noi si protestava duramente nelle piazze, ma vedendo le generazioni di oggi sono basito dall’indifferenza o peggio dall’intolleranza di molti nei confronti delle proteste, per altro pacifiche dei ragazzi dell’ultima generazione. Non capire e non assecondare le loro più che fondate paure e l’insicurezza in cui sono “sospesi” potrebbe portare in futuro a scontri generazionali peggiori e sicuramente più violenti. Se non stiamo tutti quanti attenti e non rinunceremo ad alcuni privilegi sarà un Diluvio Universale

Omar Pedrini traccia per traccia

Cammini lunghi a piedi nudi quelli che si incominciano a raccontare in Dolce Maria, rock veloce che apre il disco. Il mondo va a folle velocità, mentre gli interrogativi rimangono sospesi, appunto, in un dialogo/preghiera che (per fortuna) non sbrocca su toni eccessivamente religiosi.

La forza degli alberi costruisce le basi su cui cresce La Giusta Guerra, ballad morbida ma non proprio felice, che si apre a ventaglio su un coro ascendente che ha tratti di speranza verso il futuro. Il “Guerriero” che evoca immagini lontane nel tempo ma non nei sentimenti si erge impavido a fine canzone, mentre gli archi avvolgono tutto.

Ecco poi Diluvio universale, singolo d’impatto e di consistenza: tra John Fante e molta sostanza, Omar mostra i muscoli, prevede l’apocalisse ma in fondo fornisce anche qualche soluzione in merito.

Orfeo e i suoi misteri presiedono a una sofferente Ombre Etrusche (Un Canto Orfico), in realtà molto cesellata in elettricità e sul presente, alla ricerca qualcuno che non c’è più, di una “dolcissima Euridice”, con ulteriori ondate di forza che smuovono il pezzo, quasi prog nel cambiare sonorità in corsa.

Qualche sciabolata di chitarra viaggia nell’intro di Col Fiato Sospeso, una storia di attese forse vane ma sicuramente celebrate in modo completo e a tutto cuore. Un “mondo vecchio e malinconico/dove tutti vogliono un microfono” senza avere niente da dire gira su se stesso, tra amici e treni persi.

“Va bene così/così come sei”: una lei che sa illuminare il mondo e gli dei si merita di essere definita Una e unica, in un brano un po’ brit ma ancora molto determinato. C’è una luna molto poco romantica in Plastic Killer (Anni ’80), che risulta sì nostalgica, ma senza soffermarsi troppo: c’è bisogno di ballare e di correre, in un pezzo che visita i lati più rock della new wave.

Tastiere alla Whitest shade of pale per aprire Fresco, che parla di situazioni da cui uscire, in un brano lento e solenne, la cui epica Seventies emerge a tutta forza cercando un “nuovo canto”. Una celebrazione delle cose semplici da fare insieme, così lontane quando si è in una situazione difficile.

Finché è finita è un canto baldanzoso e senza compromessi che si arriccia sulla chitarra, ma anche un’esortazione, verso gli altri e soprattutto verso se stessi. La “palla blu” sulla quale giriamo è il panorama su cui si muove Mangia Ridi Ama (Little Boy), conclusione lennoniana di un disco intenso ma anche gentile.

C’erano molti modi di fare questo disco, vista anche la vicenda umana e clinica di Omar Pedrini. Ma OMAR, scritto grande e rosso in copertina, ha scelto di non compiangersi, di non inseguire le nuove generazioni (dopo averle sempre anticipate), di non fare il nostalgico. Ha scelto di scrivere canzoni, cosa che sa fare sempre benissimo, di cantarle e suonarle con energia, di scrivere un capitolo nuovo.

Ci è riuscito benissimo, il disco è assolutamente credibile, forte e ricco di sostanza. E anche di speranza, merce ormai rarissima sui dischi contemporanei. Guarda tu se bisogna farsi insegnare la speranza da uno che ha visto la morte in faccia e che ha attraversato di tutto? Ma ci rendiamo conto?

Genere musicale: cantautore, rock

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