Pieralberto Valli, “Atlas”: la recensione

Pieralberto ValliAtlas è il debutto solista di Pieralberto Valli, già leader dei Santo Barbaro. Dal post-punk della band, Valli ha fatto passi in avanti verso un sound più omogeneo. Atlas parla di un viaggio iniziatico, tra cantautorato ed elettronica, minimalismo e ambient, con testi ammantati di una grazia misteriosa.

Pieralberto Valli traccia per traccia

Il disco si apre con Atlantide, già selezionata come singolo e video di presentazione: il movimento è morbido e continuo, parzialmente subacqueo, con un finale di pianoforte. Si prosegue con una più nervosa Falso ricordo, in cui le ritmiche elettroniche conferiscono energia, parzialmente placate da un cantato dolce e da sensazioni ovattate sparse per il pezzo.

Un loop elettronico fa da basso continuo su Frontiera, che alterna chiusura e aperture, su un panorama complessivo inquieto e vibrante. Al contrario I nostri resti immerge l’ascoltatore in un’aura morbida e triste, ricca di pathos ma contenuta nei toni. Strettamente legata al brano precedente, di cui costituisce la continuazione ma ancora più soffice, ecco Il rumore del tempo.

Si recupera in termini di ritmo con Cosa rimane, prima che La nona onda riporti la calma, con inserti di pianoforte. Poi si riemerge con Esodo, costruita su un crescendo ritmico che può far pensare ai Radiohead più recenti.

Si ritorna a esperienze immersive con Non siamo soli, dal passo cadenzato, contornata dai cori. Il disco si chiude con L’avvento dei futuri, che di nuovo si avvale di un loop continuo a indirizzare la ritmica, mentre voce e pianoforte si occupano di situazioni più aeree e nobili.

Disco ricco e complesso più nei concetti che nei modi, quello di Pieralberto Valli. Con sonorità del tutto immerse nel contemporaneo, il cantautore ex Santo Barbaro riesce a modulare i propri concetti in un tutto organico molto plastico.

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