Postino al Diavolo Rosso (Asti): il report

C’è una lettera con il cuoricino per il Diavolo Rosso di Asti: a recapitarla è Postino, cantautore fiorentino con laurea di medicina in tasca che noi di TRAKS seguiamo da un bel po’ (e se non ci credi ecco l’ottima intervista di Chiara Orsetti per #cinqueminuticon), soprattutto grazie al suo primo album, Latte di soia.

Per la rassegna Indieavolato, che ha un programma estremamente interessante con concerti in arrivo di IO e la TIGRE, Dutch Nazari e molti altri, stasera le mura della chiesa sconsacrata trasformata in centro culturale della città piemontese si riempie quindi di una sacralità affine all’itpop.

Prima, come spesso succede nei concerti che TRAKS segue (vedi Daniele Celona) ad aprire ci sono i lombardi Amandla, in formazione con chitarra acustica, elettrica, basso e batteria, capaci di infondere un certo dramma in composizioni dinamiche e ricche di tensione. Le canzoni del disco sono “riarrangiate in acustico” per l’occasione e mantengono un cuore che pulsa in modo sommesso. Oddio, sommesso, non sempre: i ragazzi alzano anche i toni, però sempre in modo gentile.

I bicchieri di rosso astigiano conservati a fianco delle sedute si amalgamano bene con le sensazioni trasmesse dalla band, in pezzi come Febbre o Mai come ieri, tratti dal recente album Non ci pensare.

Ma c’è spazio anche per un paio di inediti, a partire da Bottiglia, che vede sul palco soltanto le due chitarre. E’ l’occasione di raccontare del prossimo disco, che però risulta appena iniziato, e per una richiesta del cantante: “Ho bisogno di una ragazza che mi spezzi il cuore”.

Postino: i rimpianti e la faccia sul marciapiede

Poi arriva Postino. O almeno arriva l’intro, che annovera una batteria estremamente muscolare e le tastiere. Ed è chiaro che le aspettative della vigilia saranno in qualche modo “tradite”: lo ascolti su disco e te lo immagini un cantautore immalinconito e accompagnato da suoni sintetici o al massimo da un po’ di chitarra acustica. Senza dubbio bravo (non saremmo qui se non lo pensassimo) ma preda di un mood tutto synth e depressione.

E invece decisamente no: la batterista suona come una dannata, regolare e potente. La chitarra acustica c’è, ma fa comparizioni a spot. Per lo più lui si aggira sul palco (prima con una felpa con la simbolica bustina con il cuore, poi in maglietta come fosse Mick Jagger, nonostante il freddo porco della serata) camminando in modo nervoso, un po’ in cerchio, un po’ avvicinandosi alle prime file e cantando loro in faccia.

Si parte da Come le balene, robusta nonostante sia forse il pezzo più pop dell’album, ma già intrisa di sentimenti e di nostalgie. Fuori dalla disco arriva subito dopo, alza il volume e fa immergere appieno nel clima di un album dai testi stralunati ma anche molto realistici (tipo la tizia della canzone in questione che beve soltanto il famoso latte di soia ma poi si ubriaca tanto da rischiare di vomitare un rene, più o meno).

Postino intanto litiga con la luce e inizia a raccontare, dimostrandosi un affabulatore più che decente. Spiega che la prossima canzone l’ha scritto alla mattina appena sveglio, e che l’argomento è la “filosofia del rimpianto“, materia che andrebbe a suo parere insegnata a scuola.

E cala quella leggera cappa di nostalgia compiaciuta, così indie e così piacevole, con Quella scatola, che racconta di case improvvisamente vuote. Ma anche le emozioni sembrano mostrare qualche muscolo in questo contesto invece molto vivo.

Miope e le sue fragole forniscono un seguito che ha impeto e impatto, come fosse un set più punk che pop. Si gigioneggia un po’ prima di proporre una cover decisamente sorprendente: Viaggia insieme a me degli Eiffel 65 (che Postino definisce due dei migliori autori di canzoni italiani), in cui la voce prende il sopravvento. La passione è palpabile e le vibrazioni arrivano a onde.

Vino rosso, sangue Blu

Si scopre che il tastierista dorme molto sul furgone del tour, come da relative stories su Instagram, perché ha la febbre, concetto sul quale si ritornerà più volte durante il concerto: la medicina si scopre essere del vino rosso, che berrà offerto dalle prime file. Del resto se non bevi del vino ad Asti è meglio se stai a casa.

Ma se rosso è il vino (e il Diavolo) il pezzo che ha fatto da apripista al progetto di Postino è Blu, forse la più intensa e anche visivamente di maggiore impatto fin qui, con relativa partecipazione del pubblico che sembra quasi salire sul palco. Il che non sarebbe difficilissimo, visto che a separare il cantautore e i fan ci sono tre gradini e basta.

Altro tipo di crisi è quella raccontata da Anna ha vent’anni: Postino spiega che Anna è sua nonna e che ora ci sono altre crisi da affrontate. L’intro è qui più elaborata e sintetica, la canzone è intrisa di nostalgia e abbassa un po’ i toni.

Quasi chiesastica l’apertura di Quando non parli, prima che i ritmi salgano e i suoni si facciano quasi disco. Ecco poi un testo insistito (e qui e là gattopardesco) per un nuovo inedito, Mi fai venire, cruda e forse bisognosa di qualche ulteriore rielaborazione.

Si chiude con Ambra era nuda, pezzo manifesto qui celebrato come un vero e proprio finale epico, sia dal punto di vista sonoro sia perché il trasporto è totale e commovente. Il pubblico partecipa cantando parola per parola in quello che si trasforma in un anthem, benché probabilmente sia nato come una semplice necessità di sfogo personale.

I bis previsti sarebbero un paio ma i limiti di tempo (bisogna chiudere a mezzanotte) fanno sì che Postino offra soltanto una versione acustica in solitaria di Blu.

Ci giriamo e la ex chiesa è davvero piena, rapita, conquistata dal sermone indie di un cantautore che non si vergogna di mostrare le proprie emozioni ma che altrettanto non fa perno soltanto su di esse o sui temi di tendenza (droga e sesso, in sintesi) per costruirsi un personaggio.

Molto apprezzabile anche lo spunto di ricerca sonora per differenziare l’esperienza dal vivo da quella su disco. E il risultato è che vale decisamente la pena di ricevere le sue lettere recapitate a mano. C’è un cuore sopra, e anche dentro.

Foto e testo di Fabio Alcini