Recensione: Anadarko, “Tropicalipto”

AnadarkoArrivano da Trieste Elisa, Gabriele e Michele, cioè gli Anadarko: il loro primo full length si chiama Tropicalipto ed è una miscela di visioni psichedeliche, jazzistiche e riff matematici. Niente post-produzione, niente correzioni, niente voci, se non per un uso “strumentale”: solo la forza autocostruita e autoprodotta.

Anadarko traccia per traccia

La traccia d’apertura Aterfobia parte sott’acqua, movimentando un discorso elettronico molto ovattato. Ma si tratta soltanto dell’intro, visto che poi emerge una chitarra che propone le stesse note a loop, sorretta dalle percussioni. Quando si esce dal loop si è accolti da una voce che declama in modo sotterraneo e incomprensibile, finendo anche in questo caso in un loop.

Mekkani Kino, che non ha cesura dal brano precedente, punta però in modo chiaro e netto soprattutto su una ritmica molto veloce e intensa. Molto rapida e ancora punteggiata dalla batteria la title track Tropicalipto, anche se qui i ritmi sono scombinati e irregolari, e la volontà di buttare all’aria il tavolo piuttosto palese.

Crescita continua, tra il fluido e il magmatico, quella che carattertizza Tagadà, che parte da concetti vicini al free jazz per arrivare a volumi molto concreti e consistenti. Tipi Dabo mescola percussioni ed elettronica di varia specie. Arriva da lontano Sp 66, lunga suite conclusiva che rallenta il passo ma inserisce numerose sensazioni in più in un percorso strutturato a più livelli. Da notare l’intervento della tromba di Gabriele Cancelli, che rende la situazione più acida.

Partenza interessante e significativa per gli Anadarko: il trio triestino seleziona una miscela spinta per il proprio esordio, con contorni netti e anche spigolosi, e un certo gusto nella scelta delle sonorità.

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