Recensione e streaming: Black Veils, “Blossom”

Black VeilsSi chiama Blossom il primo album dei Black Veils: è un’infiorescenza oscura quella che caratterizza la band nata nel 2014 dalla collaborazione tra Gregor Samsa (ehi, questo l’ho già sentito), Filippo Scalzo e Mario “Dada” D’Anelli. Influenzata da post-punk e new-wave, la musica dei Black Veils diviene una rilettura personale e mai statica dei generi di riferimento, con un occhio attento alle svariate fonti d’ispirazione. Nell’estate del 2014, i Black Veils incontrano Gianluca Lo Presti (Nevica su 4.0) che produce e cura artisticamente Blossom.

Black Veils traccia per traccia

Si parte con Blossom, la title track, che rende chiare fin da subito le influenze dark wave della band, con Joy Division e compagnia che saltano alla mente in maniera piuttosto immediata. Dance of the Mice attutisce il colpo, almeno sulle prime, ma rivela una parte più movimentata ma non meno oscura nella seconda parte. Il basso si mette in buona evidenza con un giro malinconico.

The Fall accelera un po’ e si affida al synth per disegnare atmosfere più debitrici della sfera Cure/Depeche. Army of Illusion (pt. I) punta sugli echi lunghi della chitarra, singulti risonanti che fanno da sfondo all’atteggiamento drammatico della voce. Ritmata King of Worms, con il basso che risuona sul sottofondo di un pezzo non particolarmente ottimista.

Contrasti ritmici tengono in piedi Chrysalis, mentre The Tongue alza un po’ la velocità e si avvicina a modalità quasi pop, salvo poi suggerire diverse altre possibilità nel finale. Si torna a discorsi un po’ più intimi con Claws on the Corn, con la chitarra che torna a immalinconirsi mentre il basso guizza per le proprie traiettorie.  Il finale del pezzo però prende strade del tutto impreviste, con decolli e acidità che fanno pensare a derive shoegaze.

A Prayer si riscopre piuttosto incalzante, mentre Out of the Well (For David Michael Bunting) fa pensare di nuovo alle parti più appuntite della dark wave, dai Bauhaus a Killing an Arab e ritorno, senza dimenticare i già citati Joy Division. Il destinatario della dedica è meglio noto come David Tibet, musicista e pittore britannico, fondatore dei Current 93.

Pur non originalissimo, l’album d’esordio dei Black Veils porta in superficie (oddio, superficie) le buone inclinazioni e una certa dose di talento della band, nonché un’attitudine che non mancherà di interessare gli adepti della parte più oscura della new wave.

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