Oggi si va di pop, o giù di lì: la recensione a menù per il pomeriggio infatti prevede il nuovo disco di Damien McFly, che a dispetto del nome e del successo già ottenuto nei paesi di lingua anglosassone, non è parente di Marty McFly di Ritorno al Futuro, anzi si chiama Damiano Ferrari e arriva da Padova. Ma grazie alle sue capacità, a molta forza di volontà e alle cover in chiave folk di alcuni successi, è riuscito a farsi largo all’estero.

In poco più di un anno di attività ha collezionato più di 200 concerti, sparsi sul territorio nazionale ma ottenendo un ottimo riscontro soprattutto all’estero. Il suo tour lo ha portato dapprima negli Stati Uniti (si è esibito a Nashville, Indianapolis e Chicago), poi in Europa dove ha realizzato vari show ad Amsterdam, Parigi, Bruxelles e Francoforte, fino all’Hard Rock Festival di Edimburgo.

Così si arriva a Parallel Mirrors, disco che esce domani con dodici canzoni semplici e lineari ma di buon impatto e di buona esecuzione.

Damien McFly traccia per traccia

Il brano di apertura Hold On dà già l’esatta misura di quello che andrà a proporre l’album: un pop-rock di impronta folk, di buon sapore e con qualche variazione sul tema. L’impronta folk si fa anche più netta in I’m not leaving, caratterizzata anche dal suono dell’armonica a bocca.

New Start si fa più corale e, con un passo più lento, cerca di aumentare l’impatto emotivo. Ancora cori e chitarra acustica in apertura di Release me, animata più tardi da un battito molto marcato e da un drumming che si fa evidente. Qualche stilla di fisarmonica fornisce colori diversi al brano.

Ritmata e anche un po’ acida Take me Back, così come Losing myself, che si qualifica tra i brani più movimentati e più rock dell’album. Al contrario torna la calma con I can’t reply, in cui fa il proprio ingresso anche qualche accenno di pianoforte. Calma che, però, nel corso del brano sparisce e ci si trova ancora una volta nel bel mezzo di situazioni piuttosto mosse.

Succede più o meno lo stesso con Reflection, molto placida in principio, poi corale e saltellante. Don’t steal my wish mostra un lato di McFly non del tutto pacifico, con qualche inquietudine che salta all’occhio, tra una danza folk e l’altra. Il “lato oscuro” emerge parzialmente anche in Call it Freedom, il cui testo tocca temi come la libertà, caso unico in un disco più versato nei rapporti interpersonali.

Pianoforte e fisa si fanno sentire anche in Madness Fair, altro caso di brano movimentato e molto colorato. Si chiude con The Taste of Rain, ballatona romantica di proporzioni epiche.

Difficile che il disco di Damien McFly scuota dalle fondamenta la musica italiana e/o internazionale, ma di certo il ragazzo conosce il mestiere e sa costruire canzoni semplici ma efficaci, che sanno trovare il proprio pubblico di riferimento senza grandi difficoltà.

Se ti piace Damien McFly assaggia anche: Antonello Brunetti, “On My Own Way”