Come dicevamo qualche giorno fa in sede di recensione, Le mura di Mos sono un gruppo molto “nuovo”, nato nel 2013 a Carpi, in provincia di Modena.

Il loro disco si chiama Come sempre non sai più e affonda le proprie radici nell’alternative e nell’indie rock, suonato con intensità e accostato a testi piuttosto vibranti. Alessandro Delle Monache ha risposto alle nostre domande.

Mi puoi raccontare la vostra storia come band? Che cosa significa “Le mura di Mos”?

Potrei definire la storia de Le mura di Mos breve ma intensa, anche se ovviamente tutto è ancora da scrivere. Io e Davide (batterista) suonavamo già insieme in una band rock/indie (sullo stile dei primi Ministri per intenderci), che poi però si sciolse nell’autunno del 2012 per divergenze interne e bisogno di nuovi stimoli.

Insieme abbiamo deciso di fondare un nuovo progetto, io avevo già in cantiere due brani (Tereza e Mogadiscio) e abbiamo iniziato subito a provare da soli. Abbiamo conosciuto su Villaggio Musicale e provato alcuni bassisti, che abbiamo scartato per poca affidabilità, prima di trovare Jack.

Insieme a lui abbiamo scritto, arrangiato e registrato gli altri pezzi del disco, ma poi ci siamo accorti che effettivamente in 3 non avremmo mai potuto rendere dal vivo come nel disco. Quindi dopo varie prove e test su chitarristi locali, abbiamo individuato in Matte il 4° componente ideale e purtroppo questo ci ha sottratto molto tempo, altrimenti il disco sarebbe uscito molto prima.

Il significato del nome “Le mura di Mos” in effetti è una domanda molto gettonata e ci siamo un po’ allenati a rispondere. Scherzi a parte, il nome può rappresentare tutti quei vincoli che impediscono alla mente di ogni individuo di cambiare forma (per riprendere se vogliamo il concept del disco), si tratta insomma di una chiusura nei confronti del “nuovo” e di conseguenza esalta in tutti i suoi lati – più che altro negativi – le tendenze conservatrici.

“Mos” è un sostantivo latino infatti che significa costume, usanza, tradizione con riferimento al “mos maiorum”, cioè al bagaglio culturale che portiamo sulle spalle, che rispettiamo ma che molto spesso ci frena.

O tempora O mores! (Lo dico solo per far vedere che ho fatto il Classico). A quanto ho capito il disco è un “ep cresciuto”. Come lo avete composto e che tipo di percorso ha avuto?

Effettivamente il disco inizialmente doveva essere un ep. Durante la prima parte delle registrazioni abbiamo continuato a scrivere, sono nate Tungsteno e Cambiare Forma, che rappresentavano il tassello mancante nel puzzle del disco e si incastravano perfettamente in tutto il percorso, quindi abbiamo deciso di tornare in studio e completare il nostro primo lavoro.

I pezzi sono nati tutti da un mio bozzetto: in genere porto in sala prove un testo con linea melodica della voce accompagnata da un giro di chitarra e da lì tutti insieme sviluppiamo la mia idea, che molto spesso viene stravolta o semplicemente riadattata sulla base dei preziosi suggerimenti di ognuno.

Matte purtroppo si è unito a noi a disco già ultimato e pronto per la stampa, sicuramente la sua attitudine a scrivere e arrangiare i pezzi si farà molto sentire nei brani futuri.

Come nasce la storia di “Tereza”, che mi sembra uno dei pezzi centrali del disco? Perché la scelta di farne due versioni?

Tereza sicuramente è il brano più orecchiabile del disco e in sala prove è nato nella versione “extended”. In seguito però abbiamo deciso di farne una radio edit, essendo un brano molto diretto, grazie al suggerimento di Federico Truzzi (proprietario del Lemonhead Studio in cui abbiamo registrato, mixato e masterizzato il disco).

Molti pensano che il brano sia in difesa dei diritti delle donne, contro la violenza sulle donne, eccetera… Ma in realtà Tereza non è affatto una donna.

Tereza in realtà può essere una musa ispiratrice, un’idea, un sentimento, qualunque cosa. La città di Sarajevo e il nome Tereza sono semplicemente una citazione del libro “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini.

Il testo è quasi un flusso di pensieri: si passa da tutto quello che ha rovinato i rapporti umani e che si riversa sulle nuove generazioni (le piaghe di civiltà sul grembo), si parla del passato e del suo peso che dobbiamo sopportare nell’assenza di una prospettiva futura, si narra delle promesse di benessere non mantenute e del drastico calo di nascite (“con l’inganno ci hai promesso fiumi, ma restano letti vuoti”), dei rancori che hanno sempre diviso e continueranno a dividere le popolazioni.

La speranza se vogliamo è rappresentata dal ritornello “E ti vedo sotto questo cielo, che ci abbraccia tutti ed è un sollievo, […] che non ci guarda in bianco e nero” e dai due versi finali “Tereza, scoprimi il volto e mostralo al mondo, non siamo poi così diversi in fondo”.

Anche “Mogadiscio” mi sembra raccontare una storia importante. Come è nata?

Mogadiscio è nata quasi per caso nello stesso periodo di Tereza, mentre sfogliavo un giorno alcuni quotidiani che ricordavano la battaglia di Mogadiscio del 1993 e cercavano di fare un bilancio dell’accaduto.

In realtà non si tratta di un brano in memoria della battaglia, ho semplicemente recuperato l’idea di fondo: si parla cioè del tentativo fallito da parte dell’ONU di trovare un accordo tra le parti e imporre la pace a un popolo facilmente strumentalizzabile da interessi interni ed esterni.

Il testo che ho scritto parte proprio da qui, narra di una situazione sostanzialmente bloccata, in cui nessuna delle due parti interessate è disposta a perdere terreno ma entrambe sono costrette ad una “pace forzata” che non fa altro che rovinare sempre più il rapporto.

Si parla quindi di un inasprimento, che porta all’allontanamento definitivo causato proprio dal tentativo di riconciliazione. Il brano suggerisce di “limitare i danni”, se possibile, nei casi in cui un rapporto stia degenerando nella consuetudine e perdendo spontaneità, per esempio.

Nel booklet ringraziate le vostre ex che vi hanno spinto a scrivere testi così amari… Sarà un “carburante” sufficiente anche per i prossimi dischi oppure dovrete mandare in vacca anche tutte le prossime relazioni per scrivere testi decenti? O, peggio, se le storie andranno bene, inizierete a scrivere testi tipo Zecchino d’oro?

Per quanto riguarda il ringraziamento nel booklet, si tratta ovviamente di sarcasmo, ci piaceva scherzare sul fatto che molte idee del disco (a partire dal concept) siano nate da rapporti gestiti e finiti forse nel peggiore dei modi.

In realtà noi seguiamo la nostra strada e non sappiamo dire dove ci porterà, di sicuro per ora ci sentiamo di non perdere questa vena compositiva indirizzata alla riflessione su tutto ciò che ci circonda, quindi ovviamente sono compresi i rapporti umani.

Escludiamo a prescindere, ovviamente, una virata netta verso lo Zecchino d’oro anche perché non avremmo nemmeno le voci adatte per competere con i bambini (soprattutto quella di Jack).