Dietro The Blind Monkeys si nasconde un valido progetto che si muove nell’ambito del cantautorato rock, di chi è cresciuto con i capi saldi degli anni Novanta dai Marlene Kuntz ai Litfiba. Ed è così che The Blind Monkeys ci portano il loro Argini, primo biglietto da visita per una band che dal 2016 si è stabilizzata nella formazione con: Federico Arduini alla voce e seconda chitarra, Paolo Malocco alla chitarra solista, Edoardo Buonfino alle tastiere, Giacomo Moroni alla batteria e Nicola Rulli al basso.

Quello che colpisce dei The Blind Monkeys è l’idea di portare sul mercato un disco lontano dalle logiche di mercato che pretendono singoli trascinanti ogni mese, synth martellanti e voce à la Tommaso Paradiso, proponendo non soltanto un elenco di brani, ma un vero proprio mondo a sè. Argini, a loro dire, gira attorno al concetto di limite e di scoperta, descrivendo una sorta di rinascita: e sarà facile identificarsi per tutti voi, neo-adulti che rimangono sempre sulla soglia tra adolescenza, in tutti i suoi drammi, urla e incomprensioni, e la cosidetta vita vera.

The Blind Monkeys traccia per traccia

Il tutto si apre con Fuoco alle polveri, intro di tintinnii, come a sentire dei passi di chi si trascina dietro delle catene da epoche lontane.

E poi le chitarre di Prisoner, che si impone come la colonna sonora di un film western, come una Fata Morgana dei Litfiba più sussurrata, una relazione finita che ormai ha lasciato spazio alla rabbia: rivendicazioni, vendette sottili, negazioni e rinnegazioni. Anni Settanta, da Hendrix ai Pink Floyd.

Animale. Una danza maledetta, pura seduzione su una pista di un saloon. Un tormentone dai ritmi tribali, sguardi animali. Questo è il brano forse più identificativo dell’intero disco, storia di chi si lascia andare per la prima volta, un assolo di chitarra che ti afferra per il bavero della giacca e ti costringe a ballare.

Bianca è invece quella creatura innocente che abbiamo abbandonato, il primo amore che abbiamo lasciato andare prima di crescere definitivamente. Questo brano è il rito di passaggio tra il prima e il dopo, tra quella pista da ballo che abbiamo lasciato all’alba, per tornare alla vita vera, che abbiamo dimenticato per un po’.

Argini Pt. 1 continua con calma, per farci addentrare in questi nuovi incubi dell’età adulta, fino ad esplodere in Argini Pt. 2, con queste chitarre che scivolano come quei brani amarcord che ci facevano ascoltare i nostri genitori in macchina. La fine di una storia d’amore, la prima che ci possiamo ricordare, che in realtà non finisce mai.

Teco, accordi al piano e le parole di chi ormai è rassegnato. Si prosegue con MerceMarcia, quel tormentone che avremmo voluto conoscere a quindici anni, per urlarlo in cameretta fino a stare male (e fino a far star male i nostri genitori nella stanza di fianco), quel brano formativo su cui avremmo voluto imparare a suonare la chitarra. Il brano più bello di questo disco che sempre di più è capace di entrarti sottopelle. E si conclude tutto con una versione alternativa di Bianca, come a dirle addio di nuovo.

Argini si fa manifesto di quel periodo, il più bello e il più brutto, in cui troppo spesso rimaniamo bloccati, il tutto in una immersione nostalgica di una scena rock con testi in italiani che credevamo aver lasciato a un decennio fa. Argini è come tornare a casa e di questi tempi ne avevamo decisamente bisogno.

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