Typo Clan, “Standard Cream”: la recensione

Si chiama Standard Cream il nuovo disco dei Typo Clan, band che si forma nell’autunno del 2015 dall’idea di due musicisti italiani, Daniel Pasotti e Manuel Bonetti. Per un anno i due si chiudono in casa e si concentrano sulla produzione di musica che nasce dagli ascolti più vari: rap anni ’90 italiano e americano, abstract hip hop e pop-rock con artisti di riferimento come Gorillaz, Beck e Jungle.

Ne escono una ventina di pezzi, 10 dei quali vengono selezionati per il loro primo lavoro in studio. Collaborano alla registrazione del disco Stefano Moretti (mix e rec @Berlino), TUP Studio (rec @Brescia) e Giovanni Versari (master). Standard Cream, caratterizzato da ritmiche che richiamano basi rap e dalla massiccia presenza di moog e synth, è accompagnato da un gusto vocale new soul.

Typo Clan traccia per traccia

Partenza lenta con Soulfool che cresce piano, quasi con un’alba orchestrale, per poi far entrare sentimenti hip hop ragionati.

C’è un senso di astrattezza viaggiante nella soffice Skip The Track, con qualche aggancio all’indie degli anni Novanta (Flaming Lips, Beck). Piuttosto robotica ed electro L.U.M.A.

Ritmi controllati, almeno sulle prime, con The Tune, che approfondisce le idee più sensuali con il contributo di voci femminili. Coffee Pot sceglie dinamiche molto più oscure, con ritmi cadenzati e riferimenti hendrixiani.

Con Say Ahe ci si sposta verso sensazioni di stampo orientale e tribale, tra piccole oscillazioni. L’omonima Typo Clan ritorna a discorsi più concreti e ancorati a un blues-soul usato come base di partenza.

Più ragionata e calma Stronger, che gira su un loop. Si torna ad atmosfere più affini al R&B con RaagiNY. Si chiude con la cinematografica e ritmata Slow West (by John Maclean).

Disco molto interessante quello dei Typo Clan, che filtra sensazioni e atmosfere di provenienze differenti per arrivare a un risultato molto variegato ma anche molto ben centrato.

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