Uzeda: alle porte della sperimentazione #primadinoi

primadinoi Uzeda

Senza avere la pretesa di essere enciclopedici né esaustivi, per passare agosto 2026 abbiamo deciso di raccontare, a modo nostro, e quindi con un po’ di ironia e molto rispetto, le storie relative a venti band che hanno plasmato, in modi spesso molto diversi, le sonorità e le idee dei decenni successivi. Ecco chi c’è stato #primadinoi 

Ci sono soltanto due band italiane che hanno avuto l’onore di essere invitate nel programma di John Peel, leggendario conduttore radiofonico della BBC morto nel 2004 che, nel corso degli anni, ha ospitato nella sua trasmissione band e artisti all’epoca in rampa di lancio tipo T. Rex, David Bowie, The Faces, Sex Pistols, Siouxsie and the Banshees, Pink Floyd, The Clash, The Cure, Joy Division, Nirvana, Pulp, The Smiths, The White Stripes, PJ Harvey e centomila altri.

Una è la Premiata Forneria Marconi, e ci sta. L’altra forse non te la aspetteresti: sono gli Uzeda, formazione nata a Catania nel 1987 dall’incontro tra Agostino Tilotta, Giovanni Nicosia, Raffaele Gulisano, Davide Oliveri e Giovanna Cacciola, che prende il microfono e presta la voce alle canzoni fin da subito sperimentali e orientate verso il noise che la band isolana inizia a proporre fin dall’inizio.

La band prende il nome da una delle porte di Catania, intitolata al viceré dei tempi di Carlo V, che era anche duca di Uceda, in Spagna. Ma questa è l’unica memoria antica che si riscontra nel sound della band, che al contrario è sperimentale, ardito, ruvido e decisamente internazionale. Cantano in inglese, sono rumorosi e scomodi, e tra l’altro hanno una cantante donna, che per l’epoca e per l’Italia non è esattamente qualcosa di scontato. Ma “scontato” e “Uzeda” nella stessa frase non ci stanno proprio.

Risonanze approfondite

La fase di lancio della band è caratterizzata da molti concerti, grazie ai quali il suono prende una forma molto dinamica e la chimica interna si fa sempre più coesa. Il primo disco esce nel 1989 per l’etichetta romana A.V. Arts: si intitola Out of Colors e ha ancora qualche tentativo, per così dire, melodico, anche se in senso di blues e r&b, con indizi di proto-grunge in brani come Goddam Thoughts. Il disco suona ancora benissimo, anche se è soltanto parzialmente significativo rispetto a quanto fatto dalla band negli anni successivi.

La band prosegue la propria storia, con le traversie della gavetta, con altri live e con un secondo disco, Waters, che esce nel 1993: gli indizi del cambiamento del suono qui ci sono tutti. Si parte piano e da lontano con Well paid, che incomincia ad approfondire le risonanze, ma si termina con Big Shades and Tides, capace di vedere orizzonti molto più profondi e caotici, tenendoli sotto controllo. Fra i fautori del cambiamento c’è un californiano che all’epoca fa il chitarrista negli Shellac, ma che diventerà produttore di fama e contribuirà ai restanti dischi in studio della band: Steve Albini.

E’ nel 1994 che arriva l’invito, prestigiosissimo, da John Peel. Alla band sarà data anche l’opportunità di incidere un disco per le famose Peel Sessions, che riproducono la performance eseguita in trasmissione. Una vetta assoluta per una band che fa musica underground e che proviene da un territorio sicuramente complesso, anche se sempre vivacissimo a livello artistico.

Nel 1995 Nicosia però se ne va e la band prosegue con quattro membri, firmando per l’etichetta americana Touch and Go Records. E pubblicano 4, un disco da 4 tracce, eseguito in 4 e che rappresenta la quarta uscita. Più quadrati di così…

Pause, altri progetti, nuove apparizioni

La band torna a livello discografico nel 1998 con Different Section Wires, che precisa ancora meglio il tiro, sconfina quasi nel math rock, si fa ancora più libero, scuro, magmatico. Loop sonori e ritmici, minimalismo alternato a esplosioni di suono, la voce di Giovanna che parte dal sussurro per finire al grido, e viceversa.

Gli Uzeda partono in tour ma sarà l’ultimo per un po’: c’è una pausa di ben otto anni, riempita con altri progetti, come i Bellini di Giovanna e Agostino. Davide e Raffaele invece collaborano con Gianna Nannini. Ma lasciate da parte le divagazioni, la band torna a suonare insieme nel 2006 con la pubblicazione del nuovo album Stella.

Poi altro lunghissimo silenzio che porta fino al 2019, quando esce Quocumque jeceris stabit (una cosa tipo “dove lo metti, sta”): in qualche modo un ritorno alle origini, più rock e meno math, ma senza rinunciare a caratteristiche di sperimentazione e oscurità generale.

Un’avventura decisamente singolare, che di fatto non è terminata perché la band, che pure non si fa sentire da un po’, teoricamente è ancora attiva. Certo gli esperimenti degli Uzeda li hanno portati alla corte di Peel, alla considerazione del compianto Albini, al riconoscimento internazionale ma non al successo commerciale. E del resto non è certo questo il genere che può ambire alle classifiche. Per fortuna, mi viene da dire, osservando come sono conciate le classifiche.

Pagina Instagram Uzeda

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