Abbiamo parlato pochi giorni fa di Balordi mari, il nuovo ep del cantautore Vago: quattro canzoni per navigare un presente sempre più tempestoso. Un progetto autorale vario, versatile, vivo. E potremmo continuare a lungo ad allitterare con la V di Vago, ma forse è meglio lasciare la parola a lui, per farci raccontare meglio l’ep.
“Balordi mari” nasce come ep di quattro brani molto legati tra loro. Qual è stata l’idea iniziale che ha fatto da bussola al progetto?
Inizialmente il progetto comprendeva più brani, ma lavorando ai pezzi, nonostante avessero tutti un legame, mi sono accorto che questi quattro “abitavano” nello stesso appartamento a due passi dal mare. Quando ho provato a separarli da un contesto più ampio e ad ascoltarli insieme è stato evidente il fatto che avessero sia musicalmente che tematicamente molto in comune.
In più passaggi parli di lentezza come atto quasi politico. In che modo questo si traduce concretamente nella scrittura e negli arrangiamenti?
Con questo disco ho imparato a far fermentare le cose. In molte produzioni del passato non ho mai lasciato “riposare” le canzoni e le orecchie in attesa di riascoltare. Ero più legato al concetto che se un pezzo non viene fuori entro poco tempo c’è qualcosa che non va. Questo lavoro dimostra che non ci sono regole a riguardo, una canzone può nascere in cinque minuti, in una giornata o in un processo creativo che può attraversare più fasi.
Questo vale soprattutto per l’arrangiamento, il lavoro di cesello dopo la prima stesura. Per quanto riguarda la lentezza c’è sicuramente un atto politico nel cercare di portare avanti le proprie idee secondo le proprie tempistiche, in completa antitesi con la produttività seriale di questi tempi.
Non mi dire ha una genesi lunga e stratificata, anche dal punto di vista logistico. Quanto ha influito il processo di registrazione “itinerante” sul risultato finale?
Non mi dire in realtà è nata in maniera molto veloce ma è rimasta una canzone di due minuti per un bel pezzo di tempo. Non è stato il processo itinerante a influire ma un ascolto dopo un bel po’ di tempo. Lì c’è stata una piccola scintilla che ha preso forma e ha dato il la al completamento del pezzo.
In Per dispetto al mare emerge una forte componente civile oltre che emotiva. Quanto è stato difficile trovare la forma giusta per raccontare un evento così traumatico?
E’ stato un atto spontaneo e credo mi abbia aiutato la caratteristica di guardare e raccontare le cose da un punto di vista terzo, o sicuramente sempre alternativo a quello più semplice. Nella scrittura questo mi permette di raccontare un momento senza dover per forza di cose raccontare il contesto in cui avviene. Credo che il cinema mi abbia allenato molto a questo tipo di esercizio..
Gli arrangiamenti oscillano tra acustico ed elettrico con continui crescendo. Era un equilibrio già chiaro in fase di scrittura o è nato in studio?
È una caratteristica della mia scrittura sin dall’inizio. Con i QUEBEGUE, il gruppo con cui sono cresciuto, quella dei “finaloni” o delle code strumentali è sempre stata una prerogativa. Ho sempre amato i brani lunghi e la capacità di far immergere in un ambiente sonoro che ha la capacità di stupirti e di farti dire:”Ok, che cazzo è successo?…” e farti venire subito voglia di riascoltare. Ho cercato di lavorare in questa direzione.
Dopo questo ep, cosa senti di aver compreso di più del tuo modo di scrivere?
Credo di aver capito quanto sia importante per me continuare a scrivere, e che in realtà ci siano mille sfaccettature più che modi. Per me è un gioco dove poter sperimentare e sorprendermi e se a un certo punto ho pensato di non aver più voglia di farlo ho invece capito che la scrittura è ancora una necessità.

