“Siamo qui per rivelarci e non per nasconderci”: è un verso (appunto) rivelatore, quello che Vasco Brondi inserisce in 26000 giorni, canzone d’apertura del nuovo album Paesaggio dopo la battaglia. Ma è anche un verso che cita fra le risposte alle molte domande e questioni affrontate durante la conferenza stampa via Zoom che ha tenuto oggi per promuovere il nuovo lavoro, il primo firmato con nome e cognome, dopo la chiusura dell’avventura come Le Luci della Centrale Elettrica e quattro anni dopo Terra.

Il disco è stato anticipato da due singoli e video dalle caratteristiche piuttosto differenti: Chitarra nera, potente flusso di coscienza che ha visto nel clip la recitazione di Elio Germano e la regia di Daniele Vicari, e Ci abbracciamo, che si avvale di un cameo e della voce narrante di Stefano Accorsi, per una canzone tutto sommato sorprendente e per una situazione filmata che fa riferimento alle origini storiche della polka chinata, ballo che si celebrava fra uomini e che in qualche modo sopravvive nelle zone d’origine di Brondi.

“Certe cose di questo disco le capisco soltanto a posteriori”, racconta Vasco a inizio conferenza, dicendo di essersi sempre mosso sulla base del precetto che della sua musica e poetica “quel che arriva, arriva”, ma che lui stesso, grazie al confronto con ascoltatori e giornalisti, sta mettendo più a fuoco situazioni e concetti che aveva semplicemente espresso senza elabolarli ancora al meglio.

Nel narrare la genesi si alcuni brani rivela come Ci abbracciamo sia in realtà nata prima della pandemia, “prima che gli abbracci fossero considerati pericolosi”. La presentazione serve anche per annunciare le date di quello che sarà un tour celebrato in un’estate “rocambolesca” ma anche un libro, che affianca il disco per contenere tutto ciò che è “esondato dalle canzoni”.

Di Chitarra nera dice: “non prevedevo di scrivere un disco quando è uscita, infatti non ho neanche fatto caso che avesse la forma di una canzone. Ho seguito solo il filo della verità e della cosa che volevo raccontare, per esprimermi e forse anche per liberarmene. E così ho fatto per le altre canzoni”.

Quasi come reazione per il fatto di firmarlo con il proprio nome per la prima volta, il disco è zeppo di collaboratori: musicisti, una sezione di fiati, cori, Mauro Refosco, percussionista brasiliano di recente visto anche con Motta, ma al fianco di David Byrne, Red Hot Chili Peppers, Atom for Peace di Thom Yorke.

Il disco racconta di svariate “Italie”: quella dei partigiani e di Fenoglio, ma anche quella dei rider che giravano per le città deserte agli ordini di multinazionali. Ma la riflessione si allarga, come spesso gli accade, alla condizione umana generale: a più riprese il cantautore ferrarese ribadisce come non siamo la specie più evoluta di questo pianeta (per esempio le piante si evolvono da molto più tempo di noi) né necessariamente la più intelligente, visto e considerato che stiamo rendendo questo sasso su cui viviamo un ambiente molto più ospitale per i virus che per noi.

Particolarmente “umana” è anche l’autodescrizione di Vasco che percorre la A1 da solo in macchina da Ferrara a Milano per raggiungere in studio i due coproduttori del disco, Taketo Gohara e Federico Dragogna, per “scaldarsi insieme al fuoco della musica”.

Brondi racconta anche di essersi accorto che a un certo punto tutto quello che scriveva sia come canzoni sia come parole passava in mani altrui. “Mi sono accorto che questo faceva nascere dentro di me un meccanismo comunque di piccolo blocco, di piccola censura. Una parte della mia mente e del mio cuore sapeva che sarebbe stato condiviso e quindi lo stavo perdendo, come strumento di conoscenza di me stesso e di tutto quello che c’è attorno. Anche come meccanismo di guarigione. Io sono molto convinto che la scrittura sia nel creare sia nel recepire quella degli altri, sia un grande anticorpo”.

Così racconta come si sia fermato completamente per due anni, quasi per una crisi di rigetto e di disillusione e poi abbia lavorato per due anni a questo nuovo disco. “Ero un po’ disilluso rispetto all’utilità di scrivere dei dischi quando poi nell’ambiente musicale il punto è orizzontale, cioè espandere sempre di più il proprio pubblico, fare la canzone proprio come fosse un’opera ingegneristica, mettere le cose al posto giusto, come fosse copywriting della pubblicità, con la frase ficcante per andare in radio”. Ecco quindi l’esigenza di una struttura “verticale”, prendendo spunto dalla musica nata non per vendita, come quella etnica, folcloristica, oppure quella pensata per le feste o i funerali.

“In ogni canzone c’è bisogno di una scintilla di eternità”

Hai parlato della condivisione e del fatto che vedi le tue parole riprese in ogni contesto e questo ti ha causato qualche problema con te stesso. Tuttavia vedo che il tuo rapporto con i social, forse in contraddizione con l’immagine che mi sono fatto di te, è piuttosto continuo e che la condivisione dei contenuti è anche molto generosa, soprattutto negli ultimi tempi

In realtà non mi stavo riferendo ai social, proprio non mi passava neanche per la testa. Stavo parlando della mia scrittura, a computer o a penna, di cose mie. Quindi per esempio ho cominciato a scrivere un file, che ormai ha centinaia di pagine, in cui quasi come dogma mi sono detto che quello che esce qui è soltanto il mio rapporto con il mezzo espressivo della scrittura per me. Cioè quello che esce qui non viene pubblicato. Nemmeno se uscisse qualcosa di bellissimo all’improvviso fra le mie riflessioni. Proprio come a volte prendo la chitarra ma come se fosse una sorta di meditazione, senza pensare: “Vediamo se viene fuori un’idea buona per un pezzo”.

Invece riguardo ai social, è un discorso che mi interessa: adesso cominciano a esserci finalmente i primi studi un po’ più complessi perché comunque è qualcosa di nuovo. Quindi filosofi che ne parlano in modo approfondito incominciano a esserci adesso. Comunque è una cosa per me ancora controversa. E qualcosa di relativamente recente che non ha avuto rapporto con la mia crescita, quindi mi ci rapporto come con una forma ancora “altra”, in cui ogni giorno mi chiedo se non condividere qualcosa in più non sia una mancanza di generosità.

Perciò rifletto se ci si possa investire del tempo per mettere dei contenuti di qualità e usare anche quello come mezzo espressivo. Per me questa è una domanda che è rimasta non risolta per ora. Usando i social soltanto come condivisione di un libro che ho letto, un viaggio che ho fatto, far sapere le cose che faccio, le date dei concerti o quando esce un disco, resta un canale importante per me che da sempre mi sono autoprodotto. E’ sempre stato un contatto diretto, io non ho avuto un ufficio stampa per anni.

So che non si possono ignorare, ma resta per me una domanda aperta. Perché d’altra parte so che per me l’utilizzo dei social può essere un utilizzo contenutistico. Byung-Chul Han chiama questa la “società della trasparenza”.

Se non sei trasparente sembra che tu abbia qualcosa da nascondere, quindi non sono più accettate la timidezza, il distacco, perché sembra che te la tiri. Io ho sempre patito un po’ questo, il fatto di essere considerato snob, invece sono soltanto timido su certe cose o molto riservato sulle mie relazioni intime, che non si vedranno mai sui social.

Che siano i miei fratelli, i miei genitori o una fidanzata, è una cosa che per me adesso è al di là delle mie possibilità di condivisione su quella piattaforma lì. Ma è una riflessione costante per me.

Il lockdown e la pandemia sono assenti dai dischi dei tuoi colleghi, anche da quelli usciti di recente, probabilmente anche per uno shock culturale che stiamo ancora assorbendo tutti. Invece mi pare di capire che tu ti sia relazionato, anche se in modo poetico e non cronachistico, a questa realtà. Vorrei saperne di più in merito.

Da una parte non ho il controllo totale delle canzoni, dall’altra avevo il timore di esprimermi soltanto sull’attualità. Io non credo nelle esperienze fatte che subito e immediatamente si trasformano in canzoni. In mezzo ci vuole un percorso contorto. Generale di De Gregori penso sia uscita venti, trent’anni dopo la storia. Devono rimanere nell’aria. D’altra parte non potevo negare qualcosa che mi toccava e mi usciva, anche se credo profondamente che le canzoni, come dici tu, non possono essere soltanto cronachistiche. Devono essere dei documenti storici ma lirici, De Andrè ci ha fatto vedere, con La Domenica delle Salme, un decennio o forse di più in pochi minuti.

Credo che in ogni canzone ci sia bisogno di una scintilla di eternità, non può essere soltanto quel momento lì. Poi davvero è entrata (la pandemia, Ndr), ci ho fatto i conti e mi sembrerebbe strano che non ci fosse, cioè che ora uscisse una canzone in cui dico: “Sto in giro tutta la notte a ballare”, mi sembrerebbe un mondo distopico e renderebbe ancora più distopica la realtà che stiamo vivendo. Poi quest’estate saranno tutte così le canzoni, ma diventa un altro genere, fantascienza! (e si mette a ridere).

Vasco Brondi – i concerti

28 GIUGNO – ESTATE SFORZESCA 2021

CASTELLO SFORZESCO, MILANO (MI)

30 GIUGNO – ESTATE FIESOLANA

TEATRO ROMANO, FIESOLE (FI)

13 LUGLIO – SEQUOIE MUSIC PARK

PARCO CASERME ROSSE, BOLOGNA (BO)

16 LUGLIO – FLOWERS FESTIVAL

COLLEGNO (TO)

18 LUGLIO – FESTIVAL ESTATE AL CASTELLO VILLAFRANCA NON SI ARRENDE 2021

CASTELLO SCALIGERO, VILLAFRANCA DI VERONA (VE)

21 LUGLIO – VILLA OLMO FESTIVAL

COMO (CO)

30 LUGLIO – TENER-A-MENTE FESTIVAL sezione “INDIECATIVAMENTE”

VITTORIALE DEGLI ITALIANI, GARDONE RIVIERA (BS)

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