È uscito anche il Seveso, tanto è l’entusiasmo per il nuovo disco di Willie Peyote, rapper (ci tiene a sottolinearlo perché ci sono equivoci) e torinese, benché in questa giornata particolarmente piovosa il suo nuovo Iodegradabile che esce ufficialmente venerdì sia presentato a Milano, a due passi dalla stazione Garibaldi è proprio sotto il Bosco Verticale.

E se non hai mai sentito parlare Willie, la prima cosa che ti colpisce mentre ti muovi nella conferenza stampa costellata da scatolette di salmone con la stessa faccia impacchettata che presta al disco, è che parla ancora di più e più velocemente che su disco. Torrenziale, in linea con la giornata.

Apre la conferenza stampa spiegando la velocità dei nostri tempi, che poi è il tema portante del disco. “I nostri nonni stavano insieme 50 anni perché non avevano Tinder. Oggi deve funzionare tutto al primo colpo, dev’essere tutto bellissimo da subito se no si butta via. Per questo è “Iodegradabile”.

“Nel disco c’è molta musica suonata. Abbiamo tolto un po’ di black e messo un po’ di musica inglese molto più rock che a me piaceva, ma io rimango un rapper, a dispetto di quello che si sente dire in giro. Per esempio penso che Mango sia un pezzo molto rap”.

Willie ci tiene a parlare sempre di lavoro di squadra e quasi a sminuire o almeno redistribuire i propri meriti quando si parla delle sonorità del disco, che ha realizzato insieme agli All Done (Frank Sativa, Kavah, Danny Bronzini, Luca Romeo, Dario Panza con la collaborazione di Marcello Picchioni). E ha idee molto chiare sui suoni dei suoi contemporanei.

Penso che la trap se la fai bene spacca. E voglio capire i linguaggi dei ragazzi. Come dico in “Mostro”: non serve trovare soluzioni se hai un nemico. E faccio l’esempio di Sfera con Corinaldo: tutti a cercare il nemico nei suoi testi, quando non c’entrava niente. Non voglio citare Pennac ma c’è chi ha parlato di capro espiatorio meglio di me”.

A proposito: gli chiedono della performance di Achille Lauro al Tenco. “Non so cos’abbia combinato e non l’ho visto. Sicuramente conoscendolo non l’ha fatto con mancanza di rispetto. Poteva non farlo perché non è “il suo” ma magari qualcuno gli ha messo il microfono in mano”.

Parla molto e volentieri di politica Willie. Ne parla raccontando che “Mostro” è superata dagli eventi ma che lui parlava dell’elettorato di Lega e 5 Stelle, il primo propenso a cercare il nemico e il secondo a darsi spiegazioni autocostruite su eventuali teorie del complotto. E ne parla anche per definire fascista qualunque eventuale test d’ingresso al voto.

Due parole anche sui sedicenni non le risparmia “Ci siamo accorti che esistono i sedicenni perché la persona più importante del mondo in questo momento è una sedicenne. Che poi è anche un modo per disprezzare la causa per cui si batte. Il giorno che divento ministro al posto del mio sosia Toninelli al voto ai sedicenni ci penso… Bisogna porsi di fronte alla politica in modo diverso. Se ci disinteressiamo dei ragazzi e facciamo muro contro muro non andiamo da nessuna parte”.

Nega la possibilità di fare un talent (“Se arrivano con una valigia di soldi magari sì, ma sono abbastanza convinto”). E stressa concetti tipo educazione e cultura che evidentemente gli stanno a cuore. “Siamo in un’epoca in cui la gente va un po’ educata. Non sono un educatore ma posso fornire un altro punto di vista. Il mio tentativo di allargare il mio pubblico nasce dal fatto che parlare soltanto con chi mi dà ragione non mi dà stimoli”.

La conferenza stampa volge al termine quando spiega che ha contattato un paio di artisti per il disco ma per una questione di impegni non è riuscito ad averli per un featuring, e che quindi ha scelto di non averne (“Non vedo perché farmi influenzare nella cosa più libera della mia vita che è la musica”).

Poi parla di amore. Ben due pezzi di questo disco parlano di una relazione che ha avuto: “Mi sono innamorato, è finita, forse sono ancora innamorato. Avere 35 anni non è averne 24. Nelle canzoni ho raccontato che ho provato a costruire anche qualcosa di importante, ma non è andata”.

Finisce parlando bene di tanti colleghi, passati e presenti, come Marracash, Massimo Pericolo, e da gente da cui ha imparato come Frankie Hi-Nrg, Neffa, Daniele Silvestri, fino ai maestri eterni come Faber e Gaber.

Willie Peyote: cos’è l’indie?

Dopo la conferenza stampa è tempo di scambiare quattro chiacchiere faccia a faccia con Willie, molto evidentemente tonico

Ascoltando questo disco mi sono reso conto di quanto possa essere frustrante fare musica sull’attualità. Parli del “governo del cambiamento” (Mostro) ed è già caduto (e quasi ne è caduto un altro), parli del bordello di Torino con sole bambole (Quando nessuno ti vede) e ha già chiuso…

Mi sono salvato il culo parlando di tempo e il tempo passa… Però sì, è difficile, e ti dirò di più: io non ho neanche voglia di fare la musica così in fretta, mi piace anche ragionarla un po’ e non voglio stare a scegliere i meme che vanno di moda. Perché tempo che esce il disco e non vanno più di moda.

Però mi deve far ragionare anche su come cambiare la tipologia di scrittura. Perché evidentemente le cose cambiano davvero troppo in fretta per fare musica “attuale”. Detto ciò non cambia davvero mai niente però. È molto gattopardesca la nostra società.

E quindi cambia tutto per non cambiare niente, è caduto il governo del cambiamento, ne cadrà anche un altro, di cambiamento non si vede neanche l’ombra, l’elettorato è sempre quello però e si può parlare di attualità perché comunque siamo molto più simili a noi stessi di quello che crediamo. Vediamo le cose che cambiano intorno a noi ma non cambiamo davvero.

Un disco che parla di tempo ma ovviamente anche di molti altri argomenti. Dove hai raccolto le tue ispirazioni stavolta?

Non essendo l’unico a lavorare le ispirazioni non sono soltanto mie personali, soprattutto quelle musicali. In questo caso poi abbiamo lavorato anche in modo diverso rispetto ai dischi precedenti. Siamo stati tutti insieme a Malaga a scrivere il disco. Evidentemente poi si è anche mischiato tutto, magari qualcosa è venuto fuori anche perché quel giorno qualcuno ha avuto quell’idea e l’abbiamo lasciata fluire. Questo disco è diverso dal precedente perché è meno black e più English, se così si può dire.

Però ci piace suonare e ci piace portare dal vivo le cose che scriviamo. Quindi scriviamo nell’ottica di portarle dal vivo. Questo influisce sulla tipologia dei brani.

Poi io sono consapevole che nell’epoca di oggi già io faccio dei brani in controtendenza, faccio un concept album che è ancora più in controtendenza: devo avere dei singoli. E i singoli vanno lavorati come singoli. La musica pop ha delle regole.

E il tentativo che abbiamo fatto un questo disco è quello di fare un pop un po’ più profondo. Ma com’era in realtà in passato perché i Beatles facevano pop. Perché quando ero adolescente io erano pop anche i Rage Against the Machine per certi versi. Lo erano i 99 Posse. Lo è Silvestri. Cioè si può fare il pop dicendo delle robe. Ci siamo forse dimenticati; o forse abbiamo solo più fretta. Che è sempre un discorso di tempo. Basterebbe aspettare poco di più. Perché a me è cambiata la vita in cinque anni. Non sono tanti cinque anni.

Secondo me è un disco più serrato e fitto, e forse meno giocoso: si tratta di uno sviluppo naturale della tua scrittura?

La mia scrittura si sta sviluppando e la sto cambiando. Cerco di allargare il pubblico e di cambiare interlocutore e quindi devo cambiare anche registro. Ho cercato di snellire sotto tutti i punti di vista. Sia sotto l’aspetto musicale sia sotto l’aspetto testuale. Ho tolto gli orpelli del tutto oppure ho ridotto tutto al minimo.

Però sai, tante cose poi si scrivono anche da sole. E’ con il tempo che capisco cosa ho scritto. Poi ho comunque l’idea di un concept, quindi devo fare confluire tutto lì. Ho già il tappeto musicale che ho fatto con gli altri regaz, poi devo far stare insieme gli elementi, quindi non ti so spiegare esattamente come scrivo.

Per esempio La mia futura ex moglie si è scritta da sola. Mango ci ho messo una vita a scriverlo. Dipende dal brano, dipende da quanto voglio tirar fuori io dal brano e dipende da quanto mi va di culo che le cose sono così fluide.

Proprio a proposito di Mango lo trovo non soltanto uno dei tuoi migliori testi ma anche uno dei migliori in assoluto degli ultimi tempi, mi ha colpito come un pugno nello stomaco…

Era quello il tentativo, volevo dare un pugno nello stomaco a me stesso. E’ un climax, perché si parte da rapper incazzato, si confluisce attraverso quella pausa che sembra alleggerire, poi si riparte incazzati per poi arrivare al vero pugno nello stomaco che è il finale invece. In cui si affronta la morte e l’arte quando riescono a convivere.

Quindi ci ho messo tanto perché volevo dire quelle cose. Volevo comunque non perdermi l’aspetto giocoso, tra virgolette, delle battute: quella sul reddito di cittadinanza, quella su I Cani sono comunque battute. Però contestualizzate per arrivare a un vero e proprio pugno nello stomaco che è ulteriormente accentuato dalla chitarra. Dopo la parola “Mango” parte quella mazzata in faccia di rock. Una roba così non l’ho mai fatta nei dischi ed è l’episodio più rock del disco. Deve essere così.

Senti comunque in conferenza stampa hai parlato bene di tutti, mentre nel disco non parli propriamente bene di tutti…

Ma non si fanno i nomi.

… però in qualche senso, sempre citando il testo di Mango, Battisti si è svegliato, almeno su Spotify. Pensi che adesso ci potrebbe essere un’ecatombe?

Mah purtroppo no… Però quello che io intendevo era soltanto che bisogna portare un po’ più di rispetto alla musica che ci ha cresciuti tutti, e non svilirla. Un conto è citare, un conto è prendere spunto, un conto è pensare di essere i nuovi Battisti.

E io con quel pezzo lì non è che insulto, cerco solo di spronare un po’ ‘sti ragazzi che i numeri ce li hanno, però fanno il compitino, cazzo. Ma non avete voglia di dimostrare a voi stessi qualcosa? E’ vero che li riempite lo stesso i locali così, ma che gusto ci provate?

Quello era il tentativo, poi io non ce l’ho davvero con nessuno, sono un fan di un sacco di cose che non ti aspetteresti, ma cerco solo di spronare un pochettino. Non perché voglio che tutti facciano la sbatta che faccio io quando scrivo, attenzione, perché se no poi mi rubano il lavoro.

Ma intendo dire che un minimo di voglia di fare qualcosa che non hanno già fatto gli altri non ce l’ha nessuno in ‘sta cazzo di epoca? Dare il buon esempio è anche quello: dimostrare che non devi avere paura. Prova! Anche perché poi arriva uno nuovo e si prende il piatto, cioè dopo un’epoca di tutti pezzi uguali trap arrivano Speranza e Massimo Pericolo e sparigliano le carte e si deve ricominciare. Quindi si deve fare una roba diversa, sempre.

Sì ma cosa ci sarà dopo l’indie?

Ma non ci sarà mai un dopo indie, perché l’indie è talmente liquido che rimarrà per sempre. Perché l’indie non è nient’altro che la canzone d’autore italiana, vagamente aggiornata all’oggi come linguaggio. C’è Venditti, c’è Battisti, c’è Dalla, ci sono in tanti modi i vari cantautori, c’è Gaber, c’è De André, c’è sempre la stessa roba, non abbiamo cambiato un cazzo…

Cos’è indie? Il fatto che siano prodotti peggio? Ma non è indie, è solo low budget! Quindi no, secondo me non ci sarà niente dopo l’indie perché non c’è mai stato niente prima dell’indie. E’ tutto molto indie, una volta era indie perché era indipendente, oggi siamo tutti in major, chi cazzo è indipendente? Cos’è l’indie? Non c’è”.

E prima di ritornare nella pioggia milanese, Willie ci tiene a un’ultima piccola precisazione per il fatto che ha parlato bene di tutti. “Comunque non sono diventato democristiano!” Lo speriamo vivamente Willie, non ci tradire almeno tu.

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