The Zen Circus, “L’ultima casa accogliente” @ Balena Festival 2021: il report

E’ sempre una festa di emozioni contrastanti quella che accompagna gli Zen Circus quando portano in giro le canzoni che li hanno resi un punto di riferimento che travalica le generazioni. E che dal vivo vanno a toccare qualche corda in più, laggiù, dentro e in fondo.

Ma qui al Balena Festival c’è qualcosa di speciale: sarà l’aria di Genova, la Lanterna sullo sfondo, le navi con gatto Silvestro che passano alle spalle del palco. Oppure sarà il fatto che non ci siamo ancora fatti una ragione di tutto il tempo di ferma che abbiamo alle spalle.

Aprono i Balto: il cantante ha la camicia fiorata, ma i ragazzi non sembrano in vacanza, anzi. Un po’ di energia sana e rock, una certa umiltà nel porsi al pubblico, idee chiare e forti.

Cosa che, quella delle idee chiare e forti, ci piacerebbe poter dire anche di chi si occupa di gestire la policy di video e fotografie stasera, che invece sembra voler compiere ogni atto possibile per sabotare il lavoro dei fotografi, danneggiando così anche il pubblico. Ma come atto di distensione ci sentiamo di dedicare loro tutto il primo disco in italiano degli Zen.

Zen che salgono sul palco dopo un po’ di attesa, un po’ di buio e qualche vibrazione. E partono da Non, uno dei pezzi più forti, sentiti e urlabili dell’ultimo disco. E infatti la folla si accende subito all’unisono, trascinata dentro la musica quasi a viva forza, ma ben felice di partecipare fin dalle prime note.

All’inizio Ufo, Karim, Appino e il Maestro Pellegrini, accompagnati dal “geometra” Pagni alle tastiere, si occupano soprattutto di suonare: per i classici lazzi ci sarà tempo più tardi. Parte Catene, una delle storie dolorose della famiglia di Appino, uno dei modi di mettere in musica (e in piazza) ciò che dentro non si può contenere più.

Si accende Il fuoco in una stanza, a inseguire rapporti complicati, sempre con molta energia e partecipazione. Ecco poi Andate tutti affanculo, inno classico, eseguito come sempre balzellando sul palco. Appino in camicia bianca leopardata, Ufo anche lui in camicia trascinano tutti nelle loro danze che sanno sempre di burla.

Arriva Catrame, che apre il nuovo disco, doppiata poi da un grande classico come Ilenia, che parla di piazze vuote di fronte a una piazza piena ed entusiasta. Ufo annuncia Farsi male, che risale al 2005 e che è dedicata a quando il bassista si spaccava tutto, in concerto e non. Canzone che peraltro è dolorosa ma dolce, quasi psichedelica quando si allunga e si distende. 

Anche di solito, nei loro live, si percepisce la voglia di “suonare” e non soltanto di “eseguire canzoni”. Ma questa volta forse si avverte davvero qualcosa di diverso. Del resto in questo tour “tutto può succedere”, come dicono loro stessi.

Arrivano due singoli recenti come Appesi alla luna e Canta che ti passa, che diventa sempre più robusta man mano che procede. Partono i dialoghi e gli aneddoti, le dediche tra Ufo e Appino, per esempio quella classica su Figlio di puttana. Ecco poi Bestia rara, cui Appino dice di tenere molto, e che dà il la a varie escursioni della sua Gibson Flying V.

Poi, mentre Karim e Ufo scendono dal palco, Andrea accenna a un “campeggio in riviera” fatto un paio d’anni fa: e parte L’amore è una dittatura fatta con voce, il Maestro Pellegrini al fagotto, il Geometra Pagni alle tastiere/piano, per una versione parecchio suggestiva e struggente del pezzo sanremese.

L’ultima casa accogliente si veste di blues elettrico e vibra parecchio. Poi è tempo di bis e trovano la giusta collocazione L’anima non conta e Viva, come d’abitudine, urlatissime dal pubblico e particolarmente catartiche. Ma non è finita: fin dal palco preannunciano un’escursione acustica in mezzo al pubblico che si concretizza in un paio di pezzi, chiusi da Vent’anni (di cui puoi trovare un significativo estratto sui reel della nostra pagina Instagram).

E’ sempre una festa di emozioni contrastanti quando gli Zen Circus suonano in concerto. Ma questa sera si esce con tutte le emozioni insieme. Ed è una grande sensazione.

Testo di Fabio Alcini – Foto di Chiara Orsetti

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