Giuseppe Miccoli: da una fotografia del presente può nascere qualcosa di nuovo

Giuseppe Miccoli

Si intitola Plastica il nuovo singolo pubblicato dal cantautore Giuseppe Miccoli, che usa questo materiale in un contesto poetico per aiutarci ad aprire gli occhi sul nostro mondo. Ecco la nostra intervista.

In Plastica utilizzi un materiale quotidiano e apparentemente banale per raccontare marginalità, dolore e alienazione: quando hai capito che la plastica poteva diventare una metafora così potente? 

    La plastica in passato è stata utilizzata da molti artisti come metafora di un mondo finto, ma è tremendamente vera, pervade tutti i nostri angoli del presente, da quelli più poveri fino ai paesi più ricchi o in forte crescita. La prima forma di alienazione legata alla plastica è stata nel cartone animato Conan, il ragazzo del futuro di Miyazaki del 1984. I cittadini prigionieri di Indastria mangiano il pane di plastica che l’industria produce. 

    Il brano attraversa Istanbul, il Brasile, il mare e infine una dimensione più intima e psicologica: come hai costruito questo percorso narrativo senza perdere l’unità emotiva della canzone?

    Questa unità forse proviene dal senso di solitudine che ogni personaggio vive. Tutti i personaggi cercano di sopravvivere usando la plastica. Chi la raccoglie come il “chopchilar” di Instabul, o il bambino brasiliano che vive sulle discariche, il delfino che schiva la plastica sopravvive nel mare, o quel padre in solitaria che butta la plastica dal finestrino e che “non distingue più una lattina da una donna di plastica”. 

    La figura del delfino che schiva rifiuti nel mare è una delle immagini più forti del brano. Come nasce?

    Nasce da quello che osservo quando raccolgo i rifiuti spiaggiati sulla riva del mare. L’80% dei rifiuti spiaggiati in Italia e nel mondo è fatto di plastica e sono rifiuti che provengono da altri paesi. Quindi l’immagine di tutta questa plastica che viene trasportata dalle correnti e che incontra e viaggia insieme ai delfini mi colpisce profondamente. Lo trovo profondamente ingiusto. 

    Guido Guglielminetti ha curato produzione e arrangiamento di Plastica: in che modo il lavoro in studio ha contribuito a rafforzare l’atmosfera sospesa e malinconica del pezzo? 

      Guglielminetti ha trovato subito questo pezzo affascinante e ha curato con sapiente cura tutti i dettagli che sono riportati nel brano. Le chitarre e l’hammond finale riescono a rafforzare questa atmosfera malinconica. Poi la batteria di Elio Rivagli e il piano di Carlo Gaudiello hanno fatto il resto. 

      In fondo al brano il mare sembra diventare un simbolo di rinascita possibile. Plastica vuole lasciare una speranza oppure è soprattutto una fotografia del presente?  

        Forse da una fotografia del presente può nascere qualcosa di nuovo. Non so se sia troppo tardi. Il mare, gli oceani, insieme alle foreste, e al suolo, contribuiscono alla creazione della maggior parte del nostro ossigeno che respiriamo e che ci da vita. La plastica, che ci serve per il nostro divertimento, per la nostra sopravvivenza, per il nostro quieto vivere, è comunque uno dei maggiori fattori di rischio per la nostra estinzione. 

        Pagina Instagram Giuseppe Miccoli

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