Con Il piccione viaggiatore, Daniele Meneghin firma una canzone che parla di partenze e ritorni, di luoghi fisici ma soprattutto emotivi, di quel bisogno universale di ritrovare una direzione e un punto fermo nel caos del quotidiano. Cantautore dalla scrittura autentica e mai incline ai compromessi, Meneghin ha costruito negli anni un percorso personale fatto di ricerca, collaborazioni importanti e una costante attenzione alla dimensione umana della musica.
In questa intervista ci racconta il significato del ritorno, il rapporto con l’indipendenza artistica, le persone che hanno contribuito a dare forma alle sue canzoni e le riflessioni che stanno già alimentando il prossimo capitolo della sua produzione discografica. Un dialogo sincero che attraversa passato, presente e futuro, mantenendo sempre al centro il valore delle storie e delle emozioni vissute.
Il piccione viaggiatore parla del ritorno, dei luoghi fisici ed emotivi in cui ci sentiamo al sicuro. Qual è stato il tuo personale “ritorno” negli ultimi anni e cosa hai ritrovato nella musica che forse avevi momentaneamente lasciato in sospeso?
“Viaggio pressoché per ritornare”, questo è il riassunto della canzone e della mia attitudine al viaggio. Il luogo del ritorno è un luogo fisico localizzato nel raggio di 500 metri dove, per mia fortuna, si svolge la maggior parte della mia vita tra casa, lavoro e musica. Anche la musica si è rivelata negli anni un luogo sicuro, dove ritornare dopo periodi dedicati ad altro. Ma quel luogo è sempre lì, paziente, vicino.
Nel tuo percorso hai attraversato diverse fasi artistiche, dalla canzone d’autore più tradizionale fino a sperimentazioni sonore e nuovi arrangiamenti. Guardando oggi ai tuoi dischi, cosa pensi sia cambiato maggiormente nel tuo modo di scrivere e osservare il mondo?
Io scrivo canzoni per il solo gusto di farlo e non ho la necessità di adeguarle a un sentimento comune o a un sentire condiviso per renderle più “vendibili”. Le mie canzoni crescono con me, si trasformano in base alle mie esigenze e alle mie esperienze. Sono certo che siano anche lo specchio del mio presente e di quello che assorbo dalla vita. I miei occhi cambiano con l’età e restituiscono immagini diverse alla mia mente, che le elabora anche in base a quanto è stanca di farlo.
Essere un artista indipendente nel 2026 significa confrontarsi con piattaforme digitali, algoritmi, social network e una produzione musicale sempre più veloce. Cosa significa per te mantenere una dimensione autentica e personale all’interno di questo scenario?
Non mi pongo il problema. Guccini ne L’Avvelenata diceva: “vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”, ma poi ai concerti fermava il brano e invitava a comprare i CD. Ecco, io non ho nessuno di questi problemi. Se le mie canzoni vi danno un’emozione ascoltatele, se no “io sono a posto così”.
Dietro ogni progetto musicale esistono spesso figure che il pubblico non vede ma che contribuiscono in modo decisivo alla sua realizzazione. Hai voglia di raccontarci chi sono le persone “invisibili” che ti accompagnano nel tuo percorso e quale ruolo hanno avuto nella tua crescita artistica?
Le persone “invisibili”, che poi si manifestano sotto forma di note ed emozioni, sono tutti i musicisti con i quali ho collaborato durante la mia carriera. Sono molti e li ringrazio tutti, perché le canzoni che sentite nei dischi non sono semplicemente le canzoni che “ho scritto io”. Interpretarle sopra un arrangiamento costruito anche da altre persone ti offre stimoli che da solo non avrei. Da ricordare anche il lavoro dei fonici e dei tecnici del suono che, pur non suonando gli strumenti, danno un’impronta unica alla canzone finita e una guida decisiva a tutto il processo.
Negli anni hai collaborato con professionisti come Osvaldo Di Dio e Paolo Iafelice, costruendo rapporti che sembrano andare oltre la semplice collaborazione professionale. Quanto conta per te il confronto umano nella nascita di una canzone?
Ho avuto la fortuna di conoscere Osvaldo Di Dio mentre stavamo lavorando al mio secondo album Bertoldo si confessa ridendo insieme al pianista e arrangiatore Gilberto Martellieri. Sono passati molti anni e, da allora, Osvaldo è sempre stato presente nei miei lavori, offrendo la sua preziosa visione e impreziosendoli con il suo enorme gusto artistico.
Successivamente ho iniziato a collaborare con Paolo Iafelice, con il quale ho avuto l’occasione di registrare due album. Con lui ho imparato il mestiere del lavoro in studio e l’importanza di curare il suono per ottenere un prodotto sempre più professionale. Lavorare con persone del loro calibro non è soltanto un’opportunità, ma un vero privilegio.
Penso inoltre che la componente umana sarà sempre indispensabile, anche nel futuro più futuristico. In fin dei conti, uno che attacca la spina servirà sempre!
Il piccione viaggiatore sembra rappresentare un ponte tra il passato e ciò che verrà. Se dovessi descrivere il prossimo capitolo della tua storia artistica con una sola immagine o metafora, quale sceglieresti e perché?
“Il lavoro”. Il prossimo album parlerà molto di questo. Del lavoro visto con i miei occhi, e proverò a ragionare su cosa significhi oggi, su come venga considerato e su come il suo valore stia cambiando nel tempo. Il mio quotidiano è pieno di questa attività, che ho sempre vissuto in una forma quasi romantica, con affetto. Ora i tempi cambiano e io faccio fatica ad adattarmi. Sarà una riflessione personale, ma credo anche molto attuale.

