Senza avere la pretesa di essere enciclopedici né esaustivi, per passare agosto 2026 abbiamo deciso di raccontare, a modo nostro, e quindi con un po’ di ironia e molto rispetto, le storie relative a venti band che hanno plasmato, in modi spesso molto diversi, le sonorità e le idee dei decenni successivi. Ecco chi c’è stato #primadinoi
C’è un’immagine proprio all’inizio di Bye Bye Bombay che racconta parecchio di Manuel Agnelli e della parabola degli Afterhours: “Steso su un balcone guardo il porto/Sembra un cuore nero e morto/Che mi sputa una poesia“. A quanto racconta spesso lui stesso nei live è la fotografia di un evento realmente successo, a Bombay appunto, durante un viaggio con Emidio Clementi dei Massimo Volume (citato nel brano come “Mimì”) per registrare un disco. Impresa fallita, ma molto indie.
Non è che esprimersi per immagini fotografiche sia inconsueto per la band milanese, basti pensare al bambino con la pistola di Quello che non c’è (disco omonimo, che contiene anche la precedente Bye Bye Bombay) o alle “Due ciminiere e un campo di neve fradicia” di Padania. “Qui è dove sono nato e qui morirò”.
Ma lo spunto di Bye Bye Bombay racconta molto di una band che, insieme ad altre (per carità), ma forse un pochino più di altre, ha contribuito a spezzare qualche luogo comune in Italia.
Mi spiego meglio: se pensi a un cantautore, poniamo Brunori, che scrive una canzone, ti immagini di lui che si appunta una nota in treno, oppure che suona il piano e viene trafitto da un’idea, oppure che gli viene da scrivere qualcosa proprio mentre ha in braccio Fiammetta, per dire.
Magari Lucio Corsi scrive canzoni mentre cavalca pony impazziti, Vasco Brondi mentre legge Schopenauer e scruta l’orizzonte, Madame a una festa in cui non si diverte per un cazzo. Ma l’immagine di Manuel Agnelli steso su un balcone in India per farsi sputare una poesia sembra quasi troppo perfetta.
Sassi da lanciare
Gli Afterhours si sono formati a Milano nel 1986 e Manuel Agnelli è l’unico membro che è rimasto in tutte le edizioni del gruppo; sostanzialmente la band al momento è in piedi soprattutto per suonare i dischi vecchi dal vivo, con la formazione classica. Ma vuoi o non vuoi, la parte “produttiva” si è conclusa con Folfiri o Folfox, del 2016, salvo sorprese dell’ultima ora. E il motivo l’ha spiegato bene Agnelli: arrivi a un’età in cui ti sta palesemente sul cazzo dover discutere ogni idea e ogni decisione con gli altri della band. Non per cattiveria, non per postura dittatoriale (che probabilmente c’è e incide) ma proprio perché sei adulto e non ne hai più voglia. Ci sta.
Ed è curiosa la scansione temporale 1986/2016/2026 (e c’è anche un “1.9.9.6.” di una certa rilevanza, da qualche parte). Come se piacessero i numeri tondi, che in realtà piacciono a tutti. Ma le forme che hanno assunto le canzoni della band milanese nel corso degli anni sono poco rotonde, al massimo circolari, ma piene di spine, di spigoli, di asprezze non soltanto sonore. L’ispirazione sonora è sempre stata internazionale, alternativa, tanto che come è noto hanno incominciato scrivendo e cantando in inglese, per poi provare il salto, riuscito, all’italiano, forse anche con l’intento di lanciare un sasso nello stagno.
E il sasso è stato lanciato e ha fatto molte onde: insieme a Marlene, Subsonica, Verdena, La Crus e cento altre band è nato un movimento, paradossalmente compattato ancor di più da quel disastro nazionale morale, umano, politico che fu il G8 di Genova del 2001.
Un movimento che ha fondato etichette, festival, ha dato vita a idee e ha creato un’utopia in cui la gente andava a sentire musica nuova per curiosità e voglia di scoprire. Tutta roba morta, oggi. Ma segno che si può fare, bisogna solo capire come.
Anche Agnelli si è speso naturalmente in prima persona per smuovere le acque: con la Vox Pop, messa in piedi con Giovanardi, Giacomo Spazio e amici; con quella follia che fu il Tora! Tora!, festival organizzato con i nomi migliori della generazione, sparsi per più date in tutta Italia, a spargere il verbo dell’indipendenza e a far vedere che non esisteva soltanto “un” modo di fare musica, per quanto, per tenerlo in piedi, fosse necessaria una dose di energie e di sangue abbastanza insensata.
Canzoni sboccate per una città difficile
Nel frattempo, naturalmente, c’erano le canzoni e i dischi degli Afterhours. Qui non ci metteremo a farne l’elenco: per questo c’è Wikipedia. Ma è difficile non menzionare Hai paura del buio?, uno dei dischi più importanti della storia della musica italiana, con canzoni folli e acidissime come Rapace, Male di Miele, Voglio una pelle splendida, la già citata 1.9.9.6., Lasciami leccare l’adrenalina, Sui giovani d’oggi ci scatarro su eccetera, in un curioso incontro tra sonorità spesso punk e hardcore e testi portatori di uno spaesamento e di un sentirsi sempre a disagio a confronto con la Milano metà anni ’90, post Tangentopoli e già vittima di un berlusconismo rampante che si sarebbe cibato degli ultimi resti di sincerità.
Oppure Germi, il primo in italiano, che porta con sé la prima canzone degli Afterhours che abbia avuto la ventura di ascoltare, Ossigeno (che mi indusse a pensare che mi ricordavano i Ritmo Tribale, che all’epoca già amavo: mi sbagliavo, ma che ci sia stata un’influenza iniziale l’ha ammesso anche Agnelli). Ma anche quelle cose enormi che sono Dentro Marilyn e Strategie. Pezzi sboccati e dolorosissimi, capaci anche di farti sorridere mentre ti fanno a fette dentro.
Non sono mai stato un grande estimatore di Non è per sempre, ma c’è Bianca che da sola giustifica un album. C’è Ballate per piccole iene, con la collaborazione con Greg Dulli. Ci sono i già citati Quello che non c’è e Padania, nonché quel curioso esperimento un po’ noir che è I milanesi ammazzano il sabato, in qualche modo già portatore di qualche slabbramento interno.
Abbiamo parlato solo di Manuel Agnelli ma non è soltanto la “sua” band: la formazione originale comprendeva Paolo Cantù, Lorenzo Olgiati, Alessandro Pelizzari, ma i cambi sono iniziati quasi subito. E i nomi importanti si sono susseguiti: Andrea Viti, Dario Ciffo, Giorgio Prette, Xabier Iriondo, Giorgio Ciccarelli, Roberto Dell’Era, Fabio Rondanini, Rodrigo D’Erasmo, più qualche notevole “meteora” come Cesare Malfatti, Enrico Gabrielli, Greg Dulli stesso. Tutti capaci di dare una parte di sé e di portare via un pezzo di Afterhours, nella costruzione di un progetto forse divisivo, ma di riferimento per chiunque abbia provato a fare rock in Italia.
Conclusione
Sì, naturalmente c’è stato anche X Factor, che per molti è stato un tradimento, e per molti altri un tentativo di portare quel modo di fare musica in maniera differente anche sui grandi schermi. Esperimento riuscito? Forse no, a giudicare da quello che esce dai talent oggi. Ma era giusto provarci. Così com’è giusto che oggi si seguano strade nuove e diverse: i dischi della band sono legati a quel periodo preciso, lo fotografano tra un balcone a Bombay e un bambino con una pistola giocattolo, ma suonano molto bene anche in un presente molto poco lucido e molto figlio di errori commessi decenni fa.
Gli Afterhours hanno attraversato con rumore, sfacciataggine e uno sguardo spietato, ma spesso complice, questi decenni, cercando di leggerli e di scriverli senza farsi spaventare da alcunché. L’avventura è appunto finita con il doppio e monumentale Folfiri o Folfox, disco intitolato a due farmaci oncologici che hanno provato, invano, a salvare il padre di Agnelli. Il tempo era maturo, per affrontare la morte e i suoi allegati, la crescita personale e il fatto che si diventa veramente adulti quando si perdono uno o entrambi i genitori.
Il tempo è maturo ora per guardare nel complesso il lavoro che la band ha fatto, e che continua a fare dal vivo, e confrontarsi lucidamente con una delle fortune più grandi che la musica italiana abbia avuto: qualcuno che a un certo punto ha provato a spezzare qualche catena, e che occasionalmente ci è riuscito così bene che altri hanno provato a fare lo stesso.
