Giornate a Righe è l’album che segna il debutto discografico del sound designer e autore Giovanni Leo, firmato a quattro mani con il pianista e compositore Ilario Ferrari, musicista stabilmente attivo sulla scena jazz europea e londinese.
Il progetto affonda le sue radici in una lunga amicizia nata sui palchi rock capitolini e consolidata nel loro storico studio di produzione alla Garbatella, spazio che per un decennio ha visto i due artisti arrangiare e produrre lavori per la scena pop, rap ed elettronica romana.
Completato nella scrittura nel 2014, poco prima del trasferimento di Ferrari nel Regno Unito, l’album ha attraversato dieci anni di distanza geografica e maturazione prima di vedere la luce, mantenendo intatta un’attualità sorprendente e profonda.
Giovanni Leo e Ilario Ferrari traccia per traccia
Aperta dagli archi dell’Ondanueve String Quartet, che accompagna tutto il disco, La Cultura No è il giocoso brano d’apertura dell’album: con modi gentili. Il brano è ironico, descrittivo, piuttosto ballato, sempre poggiando su superfici molto morbide e sempre con il sorriso.
Molto più serrati i ritmi di Paolo Conte, omaggio che cita spesso le canzoni del maestro astigiano, mimandone in qualche modo anche certi umori, ma senza un piglio troppo burbero. A movimentare il percorso ecco anche la strofa, dai caratteri decisamente urban, affidata alla voce di Homen.
Umore un po’ più moderato e atmosfere più intime ne I suoi passi leggeri, che percorre piccoli tratti svariando con fantasia ma mantenendo una moderazione complessiva piuttosto affascinante.
Ritorna a un mood un po’ più leggero La pista ciclabile, che cita di nuovo Conte ma nel contempo racconta una passeggiata ciclistica fatta con animo lieve e sonorità discretamente vintage.
Recitato dai toni noir, ecco poi AIKO, che aumenta il proprio dinamismo man mano che la narrazione, che sembra arrivare da racconti gotici ma in realtà parla di questioni contemporanee. Il brano si fa esplorativo e scomposto, sovrapponendo voci e messaggi e raggiungendo l’ambizione di una piccola suite teatrale.
“A un orizzonte medio non c’è rimedio”: la seguente Orizzonti medi propone una vita normale con ambizioni un po’ più vaste, ma senza esagerare. Le banalità del quotidiano sono sostenute dalla spinta degli archi, per raccontare con gentilezza l’uomo medio. Chiudendo con le parole di Dante, affidate a Max Cutrera.
Spera che domani piova riprende toni piuttosto beffardi, con un tantino di swing, altre citazioni contiane (ma anche di Paoli), e ancora il binocolo puntato sulla banalità, per cercare di darle un senso e un po’ di spirito.
Idee più drammatiche quelle che si incontrano in Mondi Capovolti, che prende fiato per fornire un pathos differente al brano. A chiudere ecco Nove Nove, che recupera toni un po’ più surreali e immagini cinematografiche e televisive, con un passo piuttosto sincopato.
Eccellente esordio per Giovanni Leo e Ilario Ferrari, che edificano un progetto che cammina benissimo fin dai primissimi passi: l’aura jazz si sposa benissimo con testi scritti con attenzione minuziosa ai dettagli. Gli archi dell’Ondanueve String Quartet offrono un background costante e di grande qualità, ma il suono è tutt’altro che polveroso: anzi il dialogo con il contemporaneo è continuo e consapevole. Da ascoltare con attenzione

