Camera Oscura Deformata è il nuovo disco di Luca Cavina: un lavoro che rivendica programmaticamente di essere soltanto musica, per il puro gusto della musica.
I nove brani dell’album esplorano diverse possibilità compositive, timbriche, ritmiche. Dopo che l’ascoltatore si sarà concesso il piacere di questo viaggio avrà l’incredibile sensazione di essere lui stesso il visionario e il creatore della storia, attraverso la magia della sinestesia.
Luca Cavina traccia per traccia
Il disco si apre con Exodus, che introduce alle atmosfere cinematografiche e parzialmente horror dell’album, con gli archi grandi protagonisti della progressione, ritmica ed emotiva, del brano.
C’è un discorso di percussioni ad aprire invece Asincrono, che però poi si sviluppa secondo rivoli sonori piuttosto variegati. Ci sono i fiati e le tastiere a interloquire con la sezione ritmica, regalando colori sempre scuri ma molto lucidi.
Un che di Chopin/Debussy/Gershwin si impadronisce dell’incipit di Mirage Lunaire, che però poi evolve in discorsi più ritmati e con un loop di accordi di pianoforte che trasmette una certa inquietudine.
Tempo di funerali, diciamo così, particolari: Requiem for an Alien recupera gli archi ma anche voci di cori femminili, per un’escursione prima eterea e poi molto terrena, grazie alle percussioni.
Con Mirrorslides si torna al pianoforte per trasmettere una melodia rapida ma anche malinconica, caratterizzata da un certo impeto. Invece la lunga suite Clockworks apre con rintocchi coordinati in modo armonico ma anche piuttosto raggelante. Piccoli inserti sonori mutano il paesaggio rendendolo ricco di incertezza e di mistero.
Molto rapido l’intermezzo di Empiric Empire, che lascia presto spazio a Ghosteps: passi di un fantasma più gentile che terrificante, pur in un’atmosfera di malinconie assortite. Il brano si fa poi serpeggiante, prima di alzare il volume e di farsi piuttosto clamoroso.
Voci di bambini e pianoforte per The World Seem So Far From Here, che gira su vinile con una certa dose di nostalgia sparsa a piene mani. Il finale è abbastanza morriconiano.
Ottimo esordio solita per Luca Cavina, che siamo abituati ad ammirare nelle cavalcate cinefile dei Calibro 35 e che quindi prende il sedile del guidatore coordinandosi in brani strumentali lontani dalla produzione della band (e delle altre numerose collaborazioni di cui è protagonista da anni).
Qui la visione complessiva, se vogliamo, rimane cinematografica e affine al genere delle soundtrack, ma spostando lo sguardo verso inquietudini differenti e prendendosi il tempo e lo spazio per approfondimenti ulteriori, con l’occhio e la consapevolezza del compositore.








