C’è una nuvola che sembra minacciosa ma alla fine caccia quarantotto gocce su Genova e se ne va per la sua strada. E’ la seconda serata del Lilith Festival XV e la prima a carattere marcatamente internazionale: ad aprire ci saranno due enfant du pays come Roberta Barabino e Irene Manca, ma la star è indubbiamente Beth Orton.
Che, per chi non la conoscesse, è sostanzialmente la donna per cui è stato coniato il termine folktronica, negli anni Novanta, quando i suoi primi dischi, Trailer Park e Central Reservation, fecero smuovere la critica e il pubblico e individuarono nel suo mix equilibrato di acustica ed elettronica una via particolarmente efficace per veicolare brani che nascono molto gentili, ma non privi di energia.
Ma andiamo con ordine: è Roberta Barabino la prima a presentarsi sul palco, in duo, per raccontare le proprie storie con grande delicatezza, accompagnandosi chitarra e con il mellotron suonato da Francesca Sophie Giona.
Roberta è una veterana del Lilith e ricorda che la sua prima partecipazione fu addirittura all’edizione inaugurale della rassegna genovese. Con due dischi alle spalle, Magot (2011) e Il tempo degli animali (2019), Roberta è quasi arrivata al terzo lavoro, di cui però preferisce ancora non rivelare il titolo, per ragioni di scaramanzia. Apre la serata cantando Uovo in bilico, che appartiene al disco del 2019.
La sua proposta è piuttosto eclettica e figlia anche delle numerose collaborazioni e degli amori musicali sviluppati nel corso degli anni: è particolarmente sentita la carezza per Glen Hansard, cantando You Ain’t Goin’ Anywhere, una canzone di Bob Dylan che gli ha sentito fare molte volte.
Dopo aver dato un saggio del proprio ottimo repertorio con Paradiso e Il tempo degli animali, Roberta dedica Chi sei al suo maestro Bob Quadrelli, con l’aiuto dell’ukulele.
Tocca poi a Irene Manca, reduce da una considerevole performance canadese, che si presenta in trio, con Giada Bassani (cori e violino) e Lorenzo Maresca (chitarra). Capelli biondi al (poco) vento, aspetto gentile, potrebbe sembrare pronta per offrire una performance molto dreamy, tutta fiori e farfalle.
Errore: i sogni ci sono, ma tendenzialmente sono quelli in cui scappi e ti svegli sudato. Irene tira fuori una grinta e una voce che ricordano di non giudicare dalle apparenze. I brani di Everything in its place, uscito l’anno scorso e capace di mettere la proposta della cantautrice genovese sulla mappa internazionale, partono da assunti rock-pop, ma si prolungano fino a raggiungere l’entità di piccole suite, in cui i suoni non cadono mai per caso.
L’assaggio del disco parte con Deep in the Dirt, per continuare con la title track del disco. Le influenze internazionali spaziano dal folk al prog, ma con una proposta molto versatile. Le due chitarre e il violino collaborano a un sound molto “da band”: si gioca con le armonie e si passa dal piano al forte e viceversa, sempre senza perdere la compostezza. Paralyzed, che ha istinti leggermente più pop, chiude il set.
La fragilità è forza
L’ultima volta che ho visto dal vivo Beth Orton era in qualche punto tra il secondo e il terzo disco, quindi si parla di 2000 o giù di lì. Ecco: tolto qualche segno inevitabile che il tempo ha lasciato sul viso, Beth sembra quasi identica ad allora, figura lunga, slanciata e magrissima, che attraversa il prato di Villa Durazzo Bombrini tra gli sguardi ammirati dei fan.
I primissimi momenti del live rivelano qualche incertezza vocale, ma è solo questione di scaldarsi un po’: posto che non ha mai fatto della potenza vocale la propria caratteristica principale, Friday Night è eseguita con cura e mettendo in mostra una fragilità, qualche sorriso timido, la necessità di ambientarsi.
Per i primi tre brani Beth si siede al piano, accompagnata alla chitarra Sam Amidon, marito e cantautore folk a propria volta, che per tutta la serata metterà in evidenza una sorta di discreta apprensione nei confronti della moglie.
L’apertura del live si divide tra canzoni dell’ultimo album, The Ground Above, uscito a fine giugno, e quelle di Weather Alive, del 2022. Poi si alza e imbraccia la chitarra acustica per offrire un approccio più folk e con una voce che risulta già decisamente rinfrancata.
Le canzoni di Beth parlano spesso di perdita e di dolore e sono seguite con attenzione religiosa dal pubblico, che si lascia andare solo quando si tratta di applaudire a scena aperta. Il primo regalo per i fan di vecchia data è Central reservation, title track del disco del 1999, quello in cui Beth campeggiava in copertina con una faccia un po’ furbetta e i capelli scuri, non avendo ancora optato per il biondo nordico che sfoggia oggi.
Beth prova a spiccicare un paio di parole di italiano ma l’unica che le viene bene è “Ciao”, visto che spiega la sua difficoltà nel distinguere “grazie” e “grazia”.
Del tempo che passa
Le canzoni dell’ultimo disco hanno qualche tonalità quasi jazz che era abbastanza estranea alla prima produzione della cantautrice inglese. Del resto stasera della parte “tronica” non c’è traccia: tutto acustico, a mostrare forse in modo più “nudo” ma anche molto sincero l’ossatura delle canzoni, di oggi e di ieri.
La si coglie in flagranza di reato mentre sbaglia un verso, le scappa un “fuck” e ci ride sopra, anche a fine brano. Poi dal sorriso si passa quasi alle lacrime: dedica Pass in Time a Hansard (“a good friend”) e a fine brano trattiene a fatica il pianto.
Risale Sam a confortare e si parla di quanto sia bello, dal palco del Lilith, vedere la luna che fa capolino attraverso gli alberi, prima di attacca Call me the breeze. E si va ancora più indietro nel tempo, fino a Trailer Park (1996) per eseguire She cries your name. Dopodiché è la volta di Sam eseguire un proprio brano, con Beth ai cori.
Si viaggia verso la fine, e si viaggia su una macchina rubata: rimasta sola sul palco, Beth offre una versione molto intensa di Stolen Car, sicuramente e a lungo la sua canzone più celebre. A chiudere ecco Shopping Trolley, da Comfort of Strangers, per un ultimo assaggio di nostalgia.
Poco dopo la fine del live, Beth attraversa di nuovo il prato di Villa Bombrini e va a firmare autografi nel banchetto del merch, a un passo da Irene Manca, sempre con quell’espressione un po’ sospesa, e con quell’aria fragile dell’albatro di Baudelaire appena atterrato. Ma l’albatro, anche stasera, è volato parecchio in alto.


















































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