Ha sedici anni, studia al Conservatorio “Franco Vittadini” di Pavia e porta il violoncello in strada come se fosse la cosa più naturale del mondo. Diletta Fosso è la vincitrice più giovane nella storia del The Busking Contest, il concorso nazionale dedicato ai musicisti di strada che ha attraversato il Golfo del Tigullio prima della finale a Lavagna, davanti a una Piazza Marconi gremita.
Con lei sul palco c’era Mario Venuti e in tasca, oltre al trofeo, si è portata a casa un premio NUOVO IMAIE da diecimila euro destinato a costruirle un tour. Ma la sua storia comincia molto prima, con un’intuizione quasi casuale.
“La musica è sempre stata in famiglia”, racconta. “Mamma e papà sono musicisti: papà è compositore, la mamma ha studiato musical e lo insegna. Era nell’aria”. In un ambiente simile, a quattro anni Diletta si fissa con il contrabbasso: “Non me lo ricordo neanche io il perché, ma era uno strumento troppo grande. I miei mi hanno detto: “Magari potresti provare il violoncello, che è simile e riesci a maneggiarlo meglio”. È stato veramente amore a prima vista“.
Da lì lo studio non si è più fermato, prima insieme al padre e poi al conservatorio, sviluppando una personalità artistica completa: “Compongo, mi arrangio i pezzi per violoncello e scrivo i testi delle mie canzoni”, precisa, lasciando al padre solo la parte di basso.
Le sue fonti d’ispirazione sono ovunque, dall’osservazione degli altri ai social, che definisce “una grande fonte per rimanere aggiornati”. Tra i punti di riferimento cita Elisa – “I suoi testi sono poetici, evocano belle immagini e le melodie sono orecchiabili, la adoro” – e l’americana Willow Smith, di cui apprezza la tecnica e la capacità di mischiare i generi.
Sul rapporto tra la sua musica e i suoni che vanno per la maggiore tra i suoi coetanei, Diletta rifiuta i cliché: “Penso ci sia sempre qualcuno che cerca qualcosa di nuovo, magari più cantautorale, e che guarda all’estero”. Il suo giudizio sulla scena attuale resta però lucido, a partire dalla trap: “Non è che sia contro il genere, ma spesso trovo la produzione delle canzoni scadente, ed è quello che trovo assurdo”. Una critica che estende all’uso dell’intelligenza artificiale: “È una sorta di frullatore: mischia insieme un sacco di cose e alla fine le canzoni sembrano tutte fatte con lo stampino”.
A darle la misura di ciò che fa è stato soprattutto il contatto con la strada, una realtà scoperta di recente ma rivelatasi una palestra fondamentale. “All’inizio era difficile perché la gente passeggia e tirava dritto. Poi ho scoperto che se parli alla gente e ti racconti, si fermano ad ascoltare. Io sono un po’ una chiacchierona, quindi mi viene facile. Mi dicono spesso che ho tanta energia, ed è proprio quello che cerco di trasmettere”.
Tra una semifinale a Chiavari che l’ha vista suonare per due ore e mezza di fila e i videoclip girati in casa con la società di produzione del padre coinvolgendo gli amici, oggi il futuro immediato sono i singoli: “L’album mi piacerebbe farlo, ma richiede tanto lavoro e con il conservatorio, per ora, è complicato”.

