Metcalfa, “Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song”: la recensione

Metcalfa, “Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song”: la recensione

È disponibile su tutte le piattaforme digitali Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song, il nuovo album di Metcalfa, progetto di Metello Bonanno nato dall’incontro tra jazz ed elettronica. Undici tracce che compongono un viaggio sonoro attraverso luoghi reali e immaginari, memorie personali e suggestioni cinematografiche. Da Shangri La a Lund, il disco costruisce una geografia emotiva nella quale ogni brano rappresenta un ambiente, un ricordo o una particolare atmosfera.

Il titolo richiama l’immaginario di Twin Peaks, uno dei riferimenti che attraversano il nuovo lavoro insieme alla Shangri-La di Orizzonte perduto e a Lund, città del sud della Svezia particolarmente significativa per l’artista. Non si tratta però di una semplice raccolta di riferimenti: Metcalfa li utilizza come punti di partenza per trasformare esperienze e suggestioni in musica. 

Scrivere questo secondo disco per me è stato come rivisitare alcuni dei miei luoghi preferiti. Da la fantastica Shangri La di “Orizzonte Perduto”, fino a Lund (città al sud della Svezia che porto nel cuore) passando per la piovosa Twin Peaks (che da il titolo all’album). Ho cercato di tradurre in musica le emozioni che questi luoghi mi hanno lasciato e l’immaginario quotidiano che mi accompagna

Metcalfa traccia per traccia

Cinguiettio d’uccelli e atmosfera serena per l’incipit di Shangri La, che apre il disco. Ma il ritmo si impossessa subito della traccia e la rende particolarmente vivace e mescolata, con un sentimento mutevole e molto colorato.

Più ovattate le atmosfere di Seaside Hill, che lavora sui bassi almeno sulle prime, lasciando poi spazio ai fiati e a qualche orizzonte un po’ più elaborato. Apache Dance, che segue, si spezza in due, con una prima parte molto movimentata e fluida, e una che segue linee simili ma un po’ più sincopate.

Voci femminili (e poi una maschile) intervengono su Human, primo brano cantato e molto dialogato, su sensazioni sonore soffuse che dialogano con mondi soul e r&b. Dopo la rapida Poolside (interlude) ecco Peregrine, che rallenta un po’ i battiti e si permette un atteggiamento contemplativo, operando su piani di serenità, offrendo però campo libero alla chitarra elettrica e al sax.

Tromba con sordina invece protagonista su Strandbeest, titolo che evoca le gigantesche opere di “animali da spiaggia” di Theo Jensen, in un fluire articolato, notturno ma anche ricco di tensione.

Torna invece il sax per Seven Years (Almost Ten), che muove i propri passi su ritmi irregolari e sparsi, per un pezzo che entra obliquo e si muove su un’ottima linea di basso. Si viaggia in Sudamerica con Promessa, che recupera il cantato, con autotune, per seminare tropicalità tra movenze morbide e sensuali.

Si arriva al finale con l’ulteriore interludio Great Northern Hotel, che lascia poi spazio a Lund, appassionata arringa finale affidata soprattutto al sax, sorretto però dalla sezione ritmica che ne sottolinea i passaggi. Ancora uccellini sul finale.

Un bel viaggio, quello di Metcalfa, che si prende i propri tempi per ragionare su brani dal respiro e dal passo differente. Il risultato è un panorama sonoro molto articolato e vivace, che soddisfa ma che richiede ascolti ripetuti per essere assaporato al meglio.