L’altro giorno, come tanti, ho ricevuto il trionfale comunicato che annuncia la “residency” di Marco Mengoni al Teatro Principe di Milano, la bellezza di ventisei date di cui molti hanno sentito parlare e di cui molti hanno criticato soprattutto i prezzi dei biglietti.
E ho sollevato non una ma entrambe le sopracciglia. La “residency”, orribile anglicismo che sottolinea una discutibile forma di spettacolo americana, poi esportata come se fosse McDonald’s o la “pace” trumpiana, è quell’abitudine di far fare a un artista una serie di date in uno stesso luogo, solitamente un teatro (ma ce ne sono state anche in hotel e casinò), di modo che lo spettacolo sia visibile da più persone possibile, o dalle stesse persone così motivate da tornare a rivedere lo stesso show più volte.
E’ un concetto “copiato” dai musical di Broadway, che rimangono in cartellone per anni, con la stessa messa in scena e la stessa compagnia. E in passato ha visto protagonisti gente come Elvis Presley, Barbra Streisand, Frank Sinatra, anche gli U2 allo Sphere tre anni fa. Nessuno di questi è Mengoni, certo, ma si fa quel che si può.
Come detto, l’iniziativa mengoniana è stata molto criticata perché i biglietti costano da 115 a 230 euro. A 115 vedi la serata in piedi, per chiarezza, cosa che a Las Vegas tendenzialmente non esiste. Ma secondo me non è l’unico punto criticabile dell’iniziativa. Ma ci arriviamo.
Un articolo di Rockit e il paragone con gli Oasis
Per fortuna non ho problemi alle sopracciglia perché ho dovuto risollevarle di nuovo martedì scorso quando ho letto un articolo su Rockit a firma Dario Falcini, dal titolo “Dietro al tour degli Oasis c’è tutto quello che non va nella musica dal vivo oggi”.
Ora, a parte che condivido con Falcini 6/7 del cognome, non ho ovviamente niente né contro di lui né contro la nobilissima Rockit e non ho nessuna intenzione di far polemica né di aprire un dissing, anche perché sono abbastanza sicuro che questo articolo Falcini non lo leggerà mai.
Sono assolutamente d’accordo con Falcini quando parla della scandalosa e vomitevole gestione dei biglietti del tour degli Oasis, band risibile dal punto di vista musicale, assurta a fenomeno internazionale molto più per gli atteggiamenti e per l’hype generata dalla loro antipatia che non per l’effettiva qualità di quelle quattro canzoncine scopiazzate male dai Beatles e da Paul Weller, che tuttora infestano le radio anche in casa nostra.
Sì, esatto, li amo particolarmente, e questa schifezza di vendita dei biglietti a sorteggione me li ha resi ancora più simpa, mi sembra evidente. Ma che questo sistema di vendita sia osceno lo dico anche a proposito dei Radiohead, che al contrario stanno comodamente nel mio pantheon (questioni israeliane a parte), ma che hanno gestito malissimo le vendite dell’ultimo tour.
In ogni caso non sono più in accordo con Falcini quando “difende” Mengoni paragonandolo agli Oasis e dicendo: ok, Mengoni costa un botto, ha comunicato male, ma avete visto che porcata gli Oasis? E parlando dell’artista italiano, aggiunge: “Gli show di grandi artisti hanno produzioni importanti, backline, logistica, musicisti di livello ad accompagnarli. Insomma, vanno mosse delle economie. E se pagano in pochi, devono pagare tanto. Ma possiamo assicurarvi che per quanto i prezzi possano essere alti, il guadagno per gli artisti e i loro team saranno infinitamente inferiori rispetto a un live di grandi dimensioni. Con un impegno, un “ingaggio” infinitamente superiore”. Il neretto è mio.
Ma cinque minuti si può anche stare a casa?
Onestamente, che Mengoni guadagni tanto o poco, è un discorso che interessa all’utente finale? Direi di no. E non è obbligatoria l’occupazione manu militari di tutti gli spazi disponibili. Lo dice anche lo stesso comunicato di Mengoni: “Premiato pochi giorni fa come l’artista con il maggior numero di biglietti venduti nel 2025, reduce da un tour che ha raccolto oltre 670mila spettatori tra stadi e palazzetti italiani e arene europee, Marco Mengoni rimescola ancora una volta le carte e apre una nuova fase del suo percorso”. Anche qui neretti miei. Bello eh? Però Marco, cinque minuti puoi anche stare a casa.
Perché ho capito l’operazione artistica, lo show sempre diverso sera per sera, le cover in scaletta e il fatto che sdegnosamente e snobisticamente non farà Due vite e L’essenziale e gli altri successoni (roba per quei poveracci dello stadio, evidentemente, non per i fighi del teatro). Ma esattamente, dopo che 670mila persone o giù di lì lo hanno già visto negli stadi, nei palazzetti, nelle arene, erano proprio proprio necessarissime ventisei (ripeto: VENTISEI) date in un teatro?
Intendiamoci: non ho niente contro Mengoni. Non è vero: ho contro di lui tutto ciò che ho contro molti cantanti italiani di evidentissimo e scintillante talento vocale, sprecato a inseguire canzoncine superpop spacciate per capolavori indimenticabili; scelta che paga a livello di classifica e di live, è del tutto evidente, ma che lascia sul piatto un’enorme “what if”: e se avesse cantato canzoni un po’ meno mainstream e scontate? Interrogativo che evidentemente deve angustiare anche le sue notti, se no un’operazione come quella della “residency”, che appunto non ha risvolti economici apprezzabili, ed è oggettivamente molto rischiosa, non si spiega.
Il problema vero
Ma poi c’è un altro punto focale della vicenda, ed è proprio qui che secondo me Falcini perde di vista il problema vero e il quadro generale. Lo cito di nuovo, sperando di non spoilerare troppo l’articolo (che merita di essere letto per intero): “Tutti i soldi, mica pochi, che i nostri amici e amiche avranno messo nel live degli Oasis, come sottolineava l’ex “CEO” di Magnolia Nicholas Tozzo, non andranno in piccoli eventi, festival locali e identitari, live club che provano a resistere con programmazioni coraggiose“. Di nuovo neretto mio.
Ma infatti: tutti questi soldi, energie, risorse, spazi, promozione che vanno agli Oasis, saranno inevitabilmente tolti a tutto ciò che mainstream non è, grazie a giochi di specchi, di social e di hype. E invece i soldi che vanno a Mengoni & società consociate? Anche. Perché il gioco è diverso nella forma ma identico nella sostanza. Annuncio, polemica, dibattito, prese di distanze, hype=trionfo di vendite.
Il meccanismo è esattamente lo stesso. E c’è perfino la stessa multinazionale alle spalle di entrambe le operazioni: Live Nation, gruppo che organizza tonnellate di eventi e che vende miliardi di biglietti attraverso Tickemaster. E che si comporta sempre come un gigante vorace che si mangia tutto, portando avanti una logica di acquisizioni sempre più capillari. Non in modo dissimile dalla concorrenza, ça va sans dire.
Tutto ciò che conta è la FOMO e la maniera di agitarla socialmente di fronte a chi alla fine andrà a spendere soldi, per Mengoni, Oasis o chiunque altro sia ritenuto meritevole di un eventone che concentri tantissima attenzione. Anzi, rendere “elitario” un evento è un classico dell’hype: per Mengoni si comprano al massimo due biglietti per account, per una sola data, e si ritirano solo al teatro la sera stessa. Pochi biglietti, contingentati, difficili da comprare, e la scarsità accende la brama, esattamente come con i codici degli Oasis.
Poi sicuramente lo spettacolo di Mengoni sarà perfetto sotto il profilo dell’acustica, della visibilità, dell’entertainment eccetera (benché ci sia chi mette in discussione anche questo lato dell’operazione). Mentre per vedere i fratellini meno talentuosi di Manchester magari hai speso 276 euro e rotti, e ti trovi dietro una colonna e l’acustica è una melma. Ma tolto questo, il sistema è lo stesso.
E aggiungo: quanti teatri e quanti locali che ospitano musica sono rimasti a Milano e in Italia? Se questa idea di Mengoni prendesse piede e ci trovassimo anche gli spazi medi e piccoli infestati di Amoroso, di Ferreri, di Nek e di Modà, esattamente quanto spazio rimarrebbe, del pochissimo che c’è già ora, per gente che fa canzoni inedite con un minimo di indipendenza, di coraggio, di arte?
Già ora bisogna combattere (e i ragazzi di Rockit lo fanno e lo fanno molto bene) con cover band, tributi, stand up comedy, karaoke, legislazioni sempre più penalizzanti, locali sempre più vuoti e disperati, crisi economica e plurigenerazionale, lo streaming e le partite che ti tengono a casa eccetera. Se ci dobbiamo mettere a guerreggiare pure contro il “Guerriero” Mengoni siamo a posto così. Ah comunque Guerriero durante la residency non la fa, e smettetela di chiedergliela.









