Ella Goda: contrasti, istinti e cambiamenti

ella godaBrian Zaninoni, Sebastiano Pezzoli e Marco Towers hanno fondato, nel 2015, gli Ella Goda, che hanno da poco pubblicato il proprio esordio omonimo composto di cantautorato, influenze rock e post punk, spigoli, giravolte e sensazioni diverse. Li abbiamo intervistati.

Che vi piacciano i nomi particolari mi sembra evidente, a cominciare da quello che avete scelto per il vostro gruppo, Ella Goda, e non posso fare a meno di chiedervelo… da dove arriva?

Volevamo un nome italiano, per fare immediatamente intuire la lingua con cui scriviamo e cantiamo, ma allo stesso tempo non volevamo qualcosa che ci identificasse in un genere preciso. Ella Goda in questo senso spiazza un po’, potrebbe essere un nome femminile o una speranza, anche un modo per ribadire che la cosa importante non siamo noi, ma le persone che ascoltano. Non ricordo come è nato, credo casualmente.

La prima traccia del vostro primo album è “La cura Schopenhauer”, il brano che personalmente ho apprezzato di più, per il suo desiderio di ricerca, per il peso che si attribuisce alla parola. Secondo voi la comunicazione, o la mancanza di comunicazione, potrebbe davvero essere in grado di cambiare le persone?

E’ proprio quello che ho cercato di chiedermi nel testo, una domanda che mi sono fatto più volte nella vita, che è emersa ancora dopo aver letto il romanzo di Irvin Yalom. Come cerco di fare intuire sul finale del brano, la mia risposta è no, quello che ci forgia, soprattutto nei primi anni di vita, unito alla propria componente genetica, non si cambia. Si può smussare, si può imparare a convivere con determinati lati della personalità per cercare di fare meno danni possibili a se stessi e agli altri, che forse è quello che cerca di fare la psicologia, ma penso che siamo marchiati alla nascita con delle caratteristiche comportamentali e di pensiero che ci portiamo addosso fino la fine.

“Uomo e cosa” è una poesia di Marco Ardemagni che avete deciso di rendere canzone, dedicata al tema delle tragedie che sempre più spesso avvengono nel Mediterraneo. La musica ha spesso il compito di aiutare il pubblico a riflettere su temi sensibili nel modo più leggero possibile, senza diventare superficiale. Inserire un pezzo del genere nel vostro primo disco è sicuramente una decisione ammirevole, è stata una decisione istintiva?

Sì molto istintiva, quando lessi quella poesia la prima cosa che feci fu imbracciare la chitarra e iniziare a musicarla. Non avevo mai fatto una cosa simile, quindi al momento pensai che sarebbe rimasta una bozza da cameretta, persa col tempo su qualche hard disk esterno, però poi la feci sentire alla band, decidemmo così che un pianoforte al posto della chitarra l’avrebbe resa più profonda e iniziammo ad arrangiarla insieme. Alla fine il pezzo ci piaceva molto, quindi inserirlo nel disco è stato naturale, senza pensare troppo a cosa avrebbe pensato il pubblico o a temi sociali, semplicemente a noi trasmetteva belle sensazioni.

Ella Goda: l’esercizio quotidiano del buonumore

“Canzone Apotropaica” è un inno al buonumore, alla voglia di voltare pagina. L’ottimismo vi appartiene di natura, o come la maggior parte degli esseri umani lo applicate come esercizio quotidiano?

Credo proprio che anche io devo applicarlo come esercizio quotidiano e spesso non mi riesce nemmeno troppo bene. Soprattutto sono spesso travolto da ondate emotive positive e negative, quindi posso solo restare passivo e subirle. Con gli anni ho imparato ad accettarle, ma come dicevo prima non a cambiarle.

La copertina del vostro album mi incuriosisce molto. Ho letto il procedimento utilizzato dall’artista che l’ha creata, ma mi interessa di più l’aspetto dei contrasti, le sensazioni opposte che si mescolano al colore dando origine a qualcosa di unico. È la stessa cosa che avviene quando componete la vostra musica?

Sì amo i contrasti, soprattutto nella musica, testi cupi e introspettivi su musica allegra o testi ironici su musica malinconica, un po’ cerchiamo di applicare queste regole durante la composizione dei nostri brani. La copertina, come spesso avviene, è stata scelta di fretta perché dovevamo andare in stampa. Avevo questo Monotipo a casa da qualche anno, realizzato da un amico mentre frequentava un’Accademia di Belle Arti. Abbiamo capito subito che sarebbe stata la copertina giusta. Proprio per questi contrasti tra eleganza e volgarità, tecnica e irruenza.

Parliamo di live: avete da poco presentato il disco a Bergamo. Ci saranno altre occasioni per vedervi sul palco quest’estate?

Per l’estate stiamo definendo in questi giorni alcune date, quella sicura è al Festival Sbirrando di Calusco D’Adda domenica 18 giugno.

Chiara Orsetti

Rispondi

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi