La presentazione è già piuttosto eloquente, ma si possono aggiungere particolari al discorso che riguarda Martina Vivaldi, in arte Mort Vivant, artista sperimentale.
Ci siamo sentiti qualche tempo fa per il tuo progetto in duo MUV. E lì avevamo parlato di spirito punk sotto le tracce. Qui invece mi sembra di scorgere un’influenza, come dire, di musica medievale alla base dell’ispirazione… Come nasce “Ritratto di un esorcismo”?
Il duo MUV é uno dei progetti che porto avanti, dal quale traspare, come hai detto anche tu, uno spirito punk che si evolve e abbraccia l’elettronica sperimentale.
Il progetto Mort Vivant (nome scelto sia per i fonemi simili al mio nome e cognome, sia perché il significato, in parte, mi descrive) nasce nel 2015 e dopo molteplici esperienze in svariate formazioni come cantante, ho sentito l’esigenza di comporre e creare in solitaria. Devo anche dire che la musica mi ha salvato e mi salva tutt’ora.
Influenza di musica medievale dici? Si, può essere, sarà legato anche al fatto che da piccola cantavo nel coro della parrocchia? (Che cosa orrenda). Per fortuna ho fatto molta esperienza di ascolto e devo dire che son sempre rimasta colpita e affascinata dai canti gregoriani, polivocali, ma non solo, mi piacciono anche le sonorità dark ambient, ascolto molta musica classica come Rachmaninov, Mahler, Mussorgsky, ecc.
Musica danese, norvegese e scandinava in generale, ma anche molta musica tradizionale Armena. Nella mia esperienza non mancano poi black metal e death metal, insomma sono poliaurale.
Ritratto di un esorcismo è nato di getto in una settimana, avevo bisogno di convertire certe brutte energie, stavo male, e quindi le ho esorcizzate, è stato tutto molto spontaneo e istintivamente ho sentito il bisogno di esprimermi utilizzando sonorità regali, evocative, eteree, sacre, profonde e perché no, anche inquietanti. (Tra l’altro sulla mia pagina di bandcamp c’è anche un mio ep intitolato “utero” scaricabile gratuitamente, una vera e propria sessione shamanica).
Al contrario che in altri tuoi progetti solo strumentali, qui la voce è tanto protagonista da essere in qualche caso l’unica padrona del campo. Come mai queste scelte così nette?
La scelta della sola voce come strumento è per pura sperimentazione. Anni fa mi imbattei nell’opera “suonare la voce” di Demetrio Stratos e come tanti altri ne sono stata letteralmente rapita dal magico approccio. Va da sé che mi sono addentrata anche nell’ascolto di tutto il repertorio prog e psichedelico, saltando da un fiore a un altro.
Anche Diamanda Galas è stata un’illuminazione e molti altri artisti che si sono cimentati nell’ambito sperimentale. Sto studiando tutt’ora le polifonie e i canti armonici e mi sono avvicinata alle discipline orientali, infatti pratico yoga da 7 anni e quindi attribuisco anche una capacità di guarigione al respiro e al suono.
C’è anche da dire che non essendo tanto brava con i tradizionali strumenti, mi sono arrangiata con quello che avevo. Comporre, scrivere per me è un’urgenza, una necessità, è un vomitare (passami il termine) “merda” e convertirla in sostanze nutrienti dolci, aspre o amare.
Il brano che mi ha colpito di più è Inno all’uomo: vorrei sapere qualcosa di più proposito della sua genesi
Inno all’uomo è un brano che descrive parte della miseria umana. Ogni fottutissimo giorno ci ritroviamo davanti a ingiustizie, gesti insensati, paradossi, e osservandoli da vicino empaticamente ho percepito le debolezze e il disagio dai quali sono dettati certi atteggiamenti. È tutto molto triste ma voglio credere che esista ancora un po’ d’umanità.
Il brano è quindi un osservazione di questi fenomeni, è una descrizione tramite aforismi di come si può scegliere di mantenere un equilibrio.
Yin e yang messi a confronto, se vogliamo, siamo in un continuo ciclo di catabolismo, anabolismo, metabolismo. “Come l’uomo ti odia io ti adoro”, l’ultima frase è quasi una sorta di trasfigurazione. Lo so sono una persona brutta e contorta.
Leggendo il tuo percorso artistico saltano fuori mille collaborazioni e salti di genere pressoché continui. Al di là del prosaico “come fai a fare tutto”, ti chiederei da dove nasce questa curiosità continua e questa voglia di non rimanere mai ferma nello stesso “posto”, metaforicamente parlando.
“Come fai a fare tutto?” È una domanda che sento spesso! Ahaahah. Posso dire che ho un enorme bisogno di fare. Volere è potere. “Try to try to try” La mia matrice iperattiva e labil/mente schizofrenica mi costringe a sfornare, partorire, ricercare, fare e ogni tanto mi aiuta il mio compagno con i macchinari che non ho ancora imparato a padroneggiare.
Non sono una persona che passa il suo tempo a fare shopping o davanti alla tv. Faccio molti lavoretti saltuari, per permettermi di dedicare il tempo all’arte e alla musica. Sto frequentando il secondo anno dell’Accademia Lizard per arricchire e integrare le mie conoscenze per lo più teoriche e avere così un metodo per iniziare a insegnare canto moderno e magari anche Canto armonico. Faccio a meno di molte cose superflue ed effimere ed è anche per questo che alcune volte potrei risultare un’asociale ma ne sono felice!
“Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza” Socrate.
Hai già in mente il prossimo progetto? Ci vuoi anticipare qualcosa?
Tra una collaborazione e l’altra inizia a prendere forma un prossimo ep a cui dedicherò più tempo rispetto agli altri. Sarà sicuramente più ricco di arrangiamenti e sarà molto più autobiografico, credo sia arrivato il momento di togliere tante “maschere” e inviterò sicuramente altri musicisti per un “delirio” collettivo!!
Mort Vivant traccia per traccia
Ritratto di un esorcismo parte dai mormorii inquietanti di Vocativo, con voci morbose, che si sommano in un canone malato.
Voci soltanto femminili colorano Triste e veritier, che ha sapori di canto antico e ripetuto.
C’è un fischio all’inizio di Repetita iuvant, quasi un verso d’uccello che fa contrasto con un vocale che fa da basso continuo.
Nvsid parte da un canto lontano e sommesso, con la ripetizione del mantra “Non voglio sentire il dolore” che si amplia, incontra controcanti, si diversifica, include perfino “strumenti”, cioè un battimani nervoso e un “drumming” piuttosto scarno.
Si procede a canone anche con L’era del pensiero, brano che si ramifica da una certa morbidezza iniziale, fino a salire a una certa altezza.
L’inno all’uomo parte da vocalizzi ripetuti minimali, aggiungendo anche qui via via altre voci e altre sensazioni, compreso un recitato piuttosto deciso.
Sensazioni quasi morbide quelle de Il peso della volontà, che ospita anche una chitarra elettrica e gli aspetti vocali che mettono in luce le caratteristiche quasi “black” della voce di Martina.
Un lavoro potente e molto ricco, quello di Mort Vivant/Martina Vivaldi, costruito quasi tutto e quasi soltanto con le voci, ma che riesce a ottenere una varietà e a trasmettere una passione non comune.

