MUV: intervista, recensione e streaming

Un progetto fortemente sperimentale ma (per una volta) tutto al femminile: Michela Ulivi (synth) e Martina Vivaldi (chitarra) sono il duo alle spalle di MUV. L'ultimo risultato della collaborazione è Stadi ipnagogici, disco influenzato dall'elettronica, dall'industrial, dall'ambient e anche dal punk, tutto strumentale.

Il vostro progetto ha vissuto delle fasi di stop ma ora avete ricominciato a “produrre” insieme. Che cosa vi ha riportate a lavorare in modo congiunto?

Martina: Michela l’ho incontrata per caso alla presentazione del suo libro autobiografico Storia di un pulcino esploso, entrando subito in empatia con ciò che esprimeva durante lo spoken word insieme al suo gruppo di allora (Nuova Lebbra): i temi e le sensazioni descritti risuonavano con la mia personale esperienza di vita, ne rimasi illuminata, infatti subito dopo la performance siamo entrate immediatamente in sintonia ed è stato breve il passaggio alla formazione delle MUV. Non è stato difficile viaggiare sulla stessa frequenza.

Inizialmente il progetto era centrato su recitato/cantato di Michela (Martina in questo caso ha messo da parte la voce) e gli strumenti ai quali entrambe ci approcciavamo da poco, Chitarra elettrica per Martina V. e sintetizzatore per Michela U., costruivano attorno un paesaggio sonoro. Poi il progetto venne sospeso a causa anche di problematiche con il mixaggio.

Michela:ho ricontattato Martina quando sono rimasta incinta per la seconda volta ed ero in crisi… Durante la gravidanza ho suonato con il mio ex chitarrista (Nuova Lebbra) e imparato a registrare e mixare da sola così che quando il progetto con Fabio si è interrotto bruscamente, ho proposto a Martina di ricominciare a suonare insieme e l’abbiamo fatto.

Stavolta però non c’erano testi pronti e forse neanche voglia di tirar fuori parole ma c’era per entrambe il bisogno di creare un rifugio di suoni dove poter far sfociare ognuna i propri complessi stati d’animo, fluidamente senza alcun costrutto.

Mi sembra che, benché il vostro disco sia “figlio” di molti generi di musica sperimentale, dall’industrial all’elettronica più “estremista”, ci sia una forte impronta punk di fondo. Mi sbaglio?

Non ti sbagli. l’approccio può essere detto punk nel senso che non c’è uno studio compositivo nei vari pezzi, la musica viene suonata di getto in maniera molto pulsionale e fisica, le nostre sessioni sonore sono una sorta di musicoterapia dove creiamo stanze utopiche nelle quali poter sublimare, proiettare, regredire Noi.

I vostri “stadi ipnagogici” sembrano un po’ rumorosi per portare al sonno… Perché avete deciso di dedicare un disco a questa particolare situazione della mente sulla soglia del sonno?

Per noi questi rumori risultano ipnotici e coccolano… richiamano un po' i rumori che si possono sentire nel ventre materno (i bimbi piccini si addormentano con il rumore del phon, della lavatrice, dello sciacquone) e in generale i rumori bianchi e le dissonanze portano il cervello di chiunque in uno stato un po' confuso come quello che può essere lo stadio tra la veglia e il sonno.

La scelta del titolo è avvenuta durante il mixaggio dell’album… Siamo affascinate dal sapere scientifico dalla psicologia, filosofia eccetera, infatti i titoli dei pezzi in Stadi Ipnagogici hanno vari rimandi alla biologia a stati onirici e fisici e li abbiamo racchiusi tutti entro quella zona franca tra la veglia e il sonno.

Benché questo genere sia di base molto più libero e aperto di altri, la prevalenza maschile, anche solo a livello di numero di musicisti, sia decisamente preponderante. Vi siete poste il problema ed eventualmente la cosa vi ha causato qualche problema?

Non ci siamo poste assolutamente il problema. Il nostro bisogno di suonare va al di là delle distinzioni di genere che non crediamo abbiano alcuna rilevanza.

Avete già accennato al discorso prima ma vorrei capire meglio: a differenza che in passato, in “Stadi ipnagogici” non avete utilizzato le voci. Potete spiegare perché?

Perché entrambe non avevamo urgenza di utilizzare lo strumento vocale ma bensì di far fluire le emozioni in musica direttamente, in maniera anche abbastanza primitiva, senza interporre linguaggio... Ultimamente stiamo pensando di reinserire voci e forse qualche
percussione, ma anche altri strumenti, non ci precludiamo niente, per il momento ci assoggettiamo ai nostri bisogni psichici.

MUV traccia per traccia

MUVIl disco si apre con Agamia, ed è subito straniamento a tutto tondo: la chitarra strimpella su giri piccoli e quasi giocosi, ma le sensazioni si diffondono su spazi molto vasti. L'impianto del brano è industrial, ma i suoni hanno una parentela acclarata con il punk. Poi un ribollire multiforme che sfocia in una melodia a loop finale.

Una più moderata Dialogo oscilla fin dalle prime battute. Uno sfarfallìo elettronico che si allunga a dismisura ma che accoglie anche il percorso della chitarra, che funziona un po' da architrave del pezzo.

Con Dormia ci si inabissa in movimenti tutto sommato moderati, come se la calma finalmente avesse preso il sopravvento.

Ma ci pensa Fosforilazione ossidativa a rialzare la tensione, con un procedere magmatico dall'interno verso l'esterno, con una progressione continua e costante.

Gusci megaphone parte da rumori sullo sfondo, in cui si può cogliere anche qualche ironia. Altri sentimenti ed emozioni invece si aggirano sul fondo di Passeggiare inciampando in uno specchio, molto inquieta e lunatica.

Il disco si chiude con la lunga Sua profondità, in cui le sensazioni oniriche dei brani precedenti si nascondono dietro veli scuri. Poi fibrillazioni emergono, sensazioni entrano in circolo, la suite si muove e si mostra sotto altre angolazioni.

Detto che si tratta di generi per cultori, il lavoro delle MUV è notevole per prospettiva e anche per commistione dei suoni. In fondo non è curioso che ingrediente fondamentale di un disco sperimentale sia la chitarra, cioè quello che ormai si tende ad archiviare come il meno sperimentale degli strumenti?

Genere: sperimentale

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