Alberto Moscone, “Rumore di fondo”: la recensione

Alberto Moscone, “Rumore di fondo”: la recensione

Rumore di fondo è il nuovo disco di Alberto Moscone, con distribuzione Artist First: il racconto di un’evoluzione, personale e tribolata, che attraversando la paura di perdersi e di non avere un centro nella vita, cresce, cambia, evolve.

La tracklist percorre, a suon di dolorose, ma necessarie prese di coscienza, questo processo descrivendo la meraviglia (e la fatica) dell’imperfezione; sfogliando le fotografie che Alberto Moscone ci regala, si attraversano buona parte delle trasformazioni con cui spesso ci si rispecchia e che portano ad accettare che la propria identità non resti mai uguale a se stessa.

In mezzo, le stesse paure che da bambini si osservano da lontano e che poi diventano parte del proprio quotidiano senza chiedere permesso, ma anche delusioni, pesi, illusioni e i necessari sforzi che accompagnano il cammino degli esseri umani più sensibili e consapevoli.

Alberto Moscone traccia per traccia

Un senso di forte spaesamento e di inadeguatezza permea testo e sonorità di L’ho detto male, brano pop ma dai tratti cantautorali. Altrettanto appassionata e impetuosa, ecco poi Io x te, che rivela ascolti internazionali e influenze 90s.

Siamo quasi al post grunge con Il cielo di pietra, solo dal versante un po’ più tragic pop; l’impatto emotivo è ricercato con costanza, sia attraverso il cantato sia per mezzo di sonorità che sottolineano gli aspetti drammatici anche quando rimangono sottovoce.

Molta delicatezza e sensazioni subacquee per Dentro ai ghiacci, che vorebbe essere “un po’ più meglio di così“, mentre racconta tutte le proprie fragilità. Il brano poi si trasforma, aggiungendo suoni e ancora pathos.

Il giorno del mio compleanno porta con sé una rivelazione: nessuno ti chiama se lasci il telefono spento. Il pezzo corre e sbanda qui e là, con un elenco di tristezze ballate più che raccontate.

Il pezzo successivo, America, si apre con una registrazione d’epoca e si ricollega a un ricordo d’infanzia. Anche qui la narrazione è molto malinconica, parlata più che cantata, con una certa gentilezza accompagnata dalla chitarra.

Dettagli digestivi permeano Stomaco, che opta per voce e chitarra acustica, e che sfocia in modo quasi naturale in Come la neve, portatrice di altrettanta tristezza sommessa.

Al contrario, La tua forma conclude l’album con una certa veemenza, ricollegandosi ai primi brani del lavoro, riaccendendo fuochi mentre parla di trasformazioni.

Molto interessante la scrittura di Alberto Moscone, portatrice di un dolore che cerca molti modi per emergere. Il racconto assume tratti e accenti post adolescenziali, spesso, ma la sincerità è evidente, così come la cura dei dettagli sonori, figli di una tessitura attenta.