Nasce in Veneto una nuova realtà musicale dal sapore post-rock. Il nome del gruppo è Anastatica, l’album d’esordio porta il titolo di Recalling, prodotto dall’etichetta indipendente Kitten Nest Production, presente sulle più importanti piattaforme di distribuzione musicale online. Abbiamo rivolto qualche domanda a Simone Bortolotto, anima del progetto.

A 46 anni sei arrivato all’esordio in musica… Perché un’attesa così lunga?

Be’… a dire la verità, le cose stanno un po’ diversamente. “Recalling” è il primo disco che faccio non per gli altri, ma per me.

Suono da quando avevo 12 anni, ho studiato musica classica e per un sacco di tempo ho fatto il contrabbassista di professione, sia in orchestra che con formazioni jazz. Sono stato a suonare praticamente ovunque… anche come turnista per progetti pop-rock. A un certo punto sono arrivato a questa idea, gli Anastatica. Probabilmente volevo recuperare un po’ di quella creatività spontanea che quando suoni “al soldo” rischi di perdere.

Ci racconti qualcosa del progetto Anastatica?

Tutto è nato nel 2018. Ho sempre composto musica, una volta sognavo di scrivere colonne sonore per i film. Si era presentata un’occasione per comporre delle “musiche d’ambiente” che avrebbero dovuto accompagnare delle mostre d’arte contemporanea. Io, allora, ero arrivato a una totale confusione mentale perché, dopo anni passati a fare nottatacce con il contrabbasso, ero arrivato a sentire che o avrei smesso o mi sarei reinventato.

Ho messo mano ai miei risparmi e ho iniziato ad allestire un piccolo studio di registrazione. L’ho battezzato “Kitten Nest”, perché i miei due gatti sono sempre presenti quando sono lì a registrare… Il progetto è cresciuto quasi senza forzature. Scrivevo, registravo, riascoltavo, rimaneggiavo… alla fine ne è uscito il disco!

Quali sono le fonti di ispirazione di Recalling?

Sono tante, a dire il vero. Intendo dire, i libri che ho amato (The Guardian è dedicata a Rilke), il rapporto con la mia compagna, la mia fascinazione per i miti greci e latini… Credo che quando uno si mette a scrivere musica, coscientemente o meno, ci metta la sua stessa storia, con tutto quello che lo ha fatto diventare ciò che è.

Nel disco si riconoscono alcune influenze musicali ben precise, ma quali sono i tuoi punti di riferimento?

Questa è una bella domanda. Sai, io ascolto dal barocco al punk, quindi è davvero difficile parlare di riferimenti veri e propri. Credo tuttavia che molte cose degli anni ’80 mi abbiano segnato tantissimo. Da ragazzino volevo diventare come David Sylvian, e probabilmente la sua musica ha lasciato una grossa impronta.

Qualche settimana fa ho ricevuto un messaggio di complimenti da Roger O’Donnell dei Cure e per me è stato fantastico, perché anche quella band mi ha dato molto. La pratica del jazz, poi, ha sicuramente influenzato la mia scrittura musicale, o almeno mi sembra. Poi, per ultimo, sicuramente il post-rock, che considero la sola novità stilistica dell’ultimo ventennio.

Ci parli delle collaborazioni che hai introdotto nel disco?

In termini di composizione ed esecuzione non ce ne sono. Ho suonato tutti gli strumenti, sovraincidendoli uno per volta. Posso quindi dire che gli Anastatica siano un mio progetto solista, un “falsa-band”, anche se in futuro vorrei coinvolgere altri musicisti. Ma devo assolutamente menzionare Sandro Gentile, l’ingegnere del suono che al Groove Studio ha saputo trasformare il “materiale grezzo” in un buon prodotto, operando sul mixing. Un buon tecnico è indispensabile, soprattutto quando sei un musicista “vecchio stile” come me.

Anastatica traccia per traccia

Si parte da Entreat, che suggerisce più che impostare il discorso, fra piccole impressioni e suoni lasciati cadere.

Parte dal basso, probabilmente dalla terra, Silent tree, il primo brano “lungo”, che ha un che di tribale nascosto fra le sonorità sintetiche.

Oberon ha un’atmosfera un po’ più fiabesca, come del resto si conviene al titolo, ma anche leggermente più dinamica.

Si rivela invece più acquatica Lord Byron, la cui poesia è espressa attraverso passaggi rallentati.

Si torna ad atmosfere subacquee con la lunga While Delphic oracle lied, che si allunga fino ai sette minuti e mezzo con un fare meditativo.

Punta alle stelle Polaris, che guadagna in orchestrazione ma anche in elettricità, per costruire un percorso fluido.

Un po’ più morbida e scintillante l’atmosfera che si crea all’interno di The Guardian, che sembra permeata di ottimismo.

Atmosfere orientali si affacciano da Bagdad clouding, mentre Recalling, la title track, vede di nuovo un atteggiamento meditativo, guidato anche da una linea di pianoforte.

Il disco si chiude con Exit, che ripercorre gli stessi passi di Entreat, per lo più al contrario.

Un buon esordio, quello degli Anastatica, che affrontano il disco con la giusta calma e un certo gusto per il dettaglio.

Genere: post rock

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