Arto, “Fantasma”: la recensione

Esce il 1° marzo Fantasma, il nuovo album degli Arto, incontro virtuoso a quattro tra Luca Cavina, Bruno Germano, Cristian Naldi e Simone Cavina. Forti di collaborazioni con molti dei bei nomi dell’indipendente italiano, nell’autunno 2017 hanno pubblicato il videoclip che accompagna i nove minuti di In Limine, primo brano realizzato dalla band, che ne anticipa l’immaginario e le coordinate sonore orrorifiche.

Sempre nello stesso autunno gli Arto si esibiscono live in contesti come il Krakatoa Fest a fianco di band come Melt Banana , Lento, Morkobot, Starfuckers e in apertura agli americani Unsane.

Arto traccia per traccia

Si parte da una molto solenne On Suicide, che prevede la presenza di Iosonouncane e che nonostante la breve durata colpisce per atmosfere e cadenze importanti. Trauma prosegue su scenari più inquietanti, con un drumming irregolare e dardeggi di chitarra scomposti all’orizzonte. Ma è la coda a farsi ancora più inquieta, con passaggi post rock.

Mirror Box invece ha un’aria maggiormente vicina al rock propriamente detto e una struttura un po’ più quadrata rispetto agli episodi precedenti, pur diffondendosi in lavori oscuri.

Larva (“fantasma”, in latino) parte piano e rallenta ancora, con passaggi tra ombra e penombra che sembrano appena accennati. Il discorso cresce gradualmente, per poi tornare sotterraneo. Ma il finale, lungamente rimandato, è esplosivo.

Ecco poi Hauntology, aperta da un dialogo cinematografico recitato e proseguita da una batteria particolarmente insistita. Le dinamiche del pezzo conducono poi verso idee tenebrose, con qualche inacidimento nel finale.

Ship of Theseus apre prospettive mitologiche con una tempesta sonora difficile da arginare. Gli strumenti a corde si pongono in particolare evidenza in un viaggio molto rumoroso ma con qualche tappa intermedia.

A seguire A Ghost Limbo, che si aggira in territori crimsoniani procedendo con cautela. Il drumming sostiene il gioco di chitarra e basso. In questo come in altri brani si ha sempre l’impressione di attraversare un territorio limitare: basterebbe un impulso appena più pronunciato per scatenare la tempesta, che invece spesso rimane sospesa nell’aria senza scatenarsi del tutto.

Il disco chiude con il palindromo AibohphobiA, lenta e solenne, in cui si inseriscono tracce, spezzoni e sonorità che fanno emergere lo spirito del brano un passo alla volta. I violini aggiungono dramma al dramma, con un andamento sempre molto moderato.

Se il post rock indipendente (o qualunque sia la sua definizione esatta) gode di ottima salute in Italia è perché i musicisti che lo propugnano sono spesso o molto spesso di alto livello. A maggior ragione appaiono in salute gli Arto, quartetto che esprime tutta la propria abilità colorandola di tinte oscure, in un disco ricco e ben riuscito.

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