Broads, “Field Theory”: recensione e streaming #TRAKSTRANGERS

Il duo inglese britannico Broads  ha pubblicato Field Theory (Humm Recordings): un disco da undici tracce che spaziano dal synth pop al drone. James Ferguson e Mark Jennings si sono avvalsi della complicità di altri musicisti nel disco, e segnatamente di Milly Hirst su Climbs e di FMSAO su Lund.

Broads traccia per traccia

Dopo l’introduttiva e spaziale Toze, si passa al cantato con Climbs, con interazione tra voce femminile, continua e insistita, e maschile, più episodica. Ma lo sviluppo del brano va molto al di là delle voci, con una costruzione che sa di orchestrale.

Le morbidezza di Climbs comunque sono abbandonate presto per una più ritmata e appuntita Habitats, accompagnata da un giro di chitarra che fa pensare alla new wave.

Lund mette in campo sentimenti molto placidi, con un passo controllato, su pianure post rock.

In Us and the Buzzing le pianure si animano di sonorità sintetiche articolate e vivide. Romero invece torna a sentimenti di desolazione, sulla quale un pianoforte dai modi decisi spende poche e significative note.

Si torna al sintetico con Let Me Take From Here, scelta anche come singolo, per un discorso che spazia dalla ambient alle origini del synth pop. Più tranquilla Tiamat, che alterna momenti di oscurità a qualche scintillio.

La breve Mixed Ability Sequencing lascia poi spazio a The Lecht, improntata su una crescita anche drammatica e melodica. Con i modi, di nuovo, del post rock, il brano arriva qui a un’esplosione completa e molto sanguigna. Si chiude con Built Calypso, un procedimento allungato e malinconico che sa di congedo.

Il lavoro dei Broads si dinstingue per l’alto tasso di variabilità delle strade tentate: ora elettronico, ora analogico, ora in sapiente mix fra i due, l’album sembra portare verso scelte istintuali, in una proposta completa e molto interessante.

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