Calcutta, “Relax”: recensione e streaming

Esce il disco nuovo di Calcutta, Relax, e lo stesso giorno la Meloni smolla il fidanzato. Coincidenze? Credo di sì. Però è bello credere nella forza dell’indie. Lo si aspettava da un po’, sembrava non arrivasse più, poi è rispuntato annunciando prima le date del tour, tutte ovviamente sold out, poi il nuovo album.

Senza far uscire singoli ma pubblicando tutte insieme le undici canzoni (dieci e un intermezzo, in realtà) e facendo qualche campagna social piuttosto azzeccata, mettendo in copertina una tizia dal dentista con la sua faccia sulla maglietta, con qualche piccola novità a livello musicale e forse con qualche pizzico di surrealtà in meno. Perché Calcutta è Calcutta.

Calcutta traccia per traccia

Ma perché non aprire il nuovo album con un bel coro degli Alpini (o in stile Alpini)? Coro dà il via al disco in modo oggettivamente originale e sorprendente. Il testo è “alla Calcutta”, ma se l’idea era buttare lì un colpo di teatro, lo stratagemma è riuscito.

La frase iniziale già lascia il segno: “Se non esistessero i soldi/noi due dove saremmo/non si farebbe Sanremo/forse anche meglio così“: c’è Calcutta, c’è Sanremo (a proposito, l’anno prossimo ci va? Oppure la frase significa che Sanremo si fa solo per soldi e quindi non ci va ed è “meglio così”?), c’è il coro. Ma il cuore del pezzo è chiaramente: “Mi sa che hanno suonato, forse sei te/corri per le scale, voli da me/piango un po’“.

“Poi non te l’ho chiesto se era un sorriso o un coltello”: un po’ più “normale” (e anche un po’ mediterranea alla Tropico, ma anche alla Carella) Giro con te, una piccola escursione “prima dell’apocalisse“. Primo viaggio nel mondo dei suoni vintage, che proclama che “l’anno passato è stato uno schifo“. Ma tanto sta arrivando Firenze21, quattro minuti e ricomincia il futuro: l’idea sarebbe quella di voltare pagina, soltanto che non sembra così semplice. Tra l’altro torna anche l’uso del ritornello, che sembra una banalità ma non lo è.

Si rimane sul mediterraneo e anche un po’ sul jazzato in Controtempo, la classica storia in cui lui conosce lei in Autogrill, e tutti intorno parlano toscano. Qui si rinuncia un po’ alla dolcezza perché i ricordi sono piuttosto amari e taglienti. La canzone si sviluppa con calma (in tutto Relax) ma ha qualche apertura sonora interessante. “Non ero mai finito a letto con una di destra”. E giusto oggi che Giorgia si libera… Ok la smetto.

Ecco poi la faccia d’intonaco di 2minuti, scritto tutto attaccato, che dopo un paio di pezzi tutto sommato “sobri” accelera un po’, sia come ritmi sia come scampoli di surreale in stile Edro. Tipo “una marea di non dirtelo“, che tanto piacerà a grandi e piccini. Il decollo rapido del brano conquista e fa anche ballare un po’. “Ho scritto un Vangelo che parla di te/ma ormai è troppo tardi, ho paura di dirtelo“: anche qui la sensazione dominante, a prescindere dalla rapidità del pezzo, è quella di una perdita alla quale non si può più porre rimedio. Anche se i ricordi possono confortare.

“Che sembriamo tutti falliti/che sembriamo tutti esauriti/tutti impauriti”: il centro è abbastanza evidentemente qui, con Tutti, più o meno a metà del disco e forse nel cuore della carriera di Calcutta: un brano semplice ma da cantare a piena voce per proclamare, appunto, che siamo tutti vittime di fallimento continuo e compulsivo. Anche se siamo il Messia dell’indie, per fare un esempio. Peraltro “forse i leghisti lì in riva al Po non hanno più un capobranco“: come sempre Calcutta parla di politica facendo finta di no.

Tempo di un po’ di elettronica con Intermezzo3, ma si passa subito a una depressa SSD, che parla di memorie, di computer e non solo. “Sembra di non esserci“: tutto un gioco di esistenza/non esistenza, mentre gli archi e le chitarre ingrossano i suoni, prima di un curioso finale di synth. Non è qui neanche sua madre in LSD, la stessa che non doveva preoccuparsi delle cose brutte fatte in Sorriso (Milano Dateo). Viene proprio voglia di conoscerla, Mamma Calcutta.

“La mia vita teppista/sai mi manca un po’”: Edoardo al nord soffre di Loneliness e non manca di farlo notare. Ma non è certo il solo a sentirsi “lonely”, come non manca di suggerire nel ritornello. Qui c’è un gioco di spie e di cose che non si sanno, perché in fondo ognuno è e rimane isolato. Qui i panorami settentrionali prendono il sopravvento, c’è nostalgia del sole del centrosud, anche se la musica è tutt’altro che depressa.

Ecco poi scosse ai denti come con i Ghiaccioli, ma si può anche ridere, in un pezzo che oscilla e caracolla su ritmi alternati, mentre si prende in considerazione “tutto il tempo che resta da vivere“. Ovviamente da solo, senza di lei. “C’è chi mi riempie di baci ma c’è chi mi riempie di solitudine”: insomma non tutte le storie sono uguali, come non tutte le solitudini sono uguali. La penna qui si fa particolarmente sentimentale, in una ballad per cuori spezzati. Non l’unica del disco, questo è chiaro.

Inizio su ritmi sincopati e sonorità molto vintage per Preoccuparmi. Il cantautore che “fa a pugni per strada” perché non vuole stare in mezzo alla gente è difficile da credere, ma in fondo è molto vicino a quello che faceva una svastica in centro solo per litigare. La canzone parte piano e si apre un po’ per volta, senza mai abbandonare gli anni Sessanta dal punto di vista musicale. Il mondo casca, anche se il cielo è blu, ma anche a mezzogiorno lui “incornicia il buio”. E anche qui arriva il coro a sottolineare emozioni e cuori sempre spezzati.

Del resto si spezza (come pane carasau) anche il protagonista di Allegria… che chiude con pochi sorrisi: lei non torna qui e un velo di malinconia si stende sul finale dell’album. Il brano è tra quelli che assomigliano di più al “vecchio” Calcutta, che non è diversissimo da quello nuovo in realtà. “Mi squaglierò/ai piedi di un falò” ma soprattutto “spazza via/come soffi le candele/una torta di amarena/e allora buio sia“: un fraseggio veloce e apparentemente incoerente ma che i fan apprezzeranno. E poi c’è quel sax così Lucio Dalla che si insinua qui e là, prima che le tastiere si prendano tutto quello che resta.

Relax in che senso?

Perché si chiama Relax questo disco? Probabilmente perché i ritmi delle canzoni sono rilassati, per lo più. Ma anche perché Calcutta si è preso del tempo per concepirlo, scriverlo, rifinirlo e pubblicarlo. Consapevole delle attese e delle pressioni, e quindi probabilmente “relax” è anche quello che dice ai fan, che avevano già messo il suo disco nella triade dei Sacri Graal dell’indie, insieme al quarto disco de I Cani e alla reunion impossibile tra Franco126 e Carl Brave.

E invece almeno questo è successo: Calcutta non ha abbandonato la nave, è rimasto coerente pur rinnovandosi un po’. Ha giocato molto con i suoni (ma in realtà lo ha sempre fatto, solo che abbiamo preferito concentrarci sui pezzoni come Paracetamolo e meno sulle variazioni psichedeliche). E’ solo che ha i suoi tempi, che vanno rispettati.

Anche perché quello che esce oggi assomiglia molto a un disco completo e intelligente. Forse un po’ meno immediato dei precedenti: non ho ancora capito se le varie 2minuti e Allegria… si qualifichino nello stesso girone di Pesto e di Orgasmo e di Oroscopo. E forse mi ci vorrà un po’. Relax anche per me. Ma in fondo chi se ne frega: il disco suona decisamente bene, Coro è un colpo di genio, Tutti è un inno perfetto per i palazzetti e gli stadi, non ci sono cadute né passi indietro.

Al contrario, Calcutta ha fatto quello che voleva, con la libertà conferita dal successo ormai conseguito e consolidato. Ma senza abusarne: ogni tanto sporca il foglio, ogni tanto esce dal tracciato, ma rimane lui. Solo che forse non sta inseguendo per forza il ritornello da cantare a squarciagola. Ué, deficiente, stai tranquill*: tanto il ritornello da cantare a squarciagola gli viene naturale e lo piazza lo stesso.

Genere musicale: indie pop, itpop

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