Comete, “Lividi”:  recensione e streaming

Comete è un cantastorie. Lo era sul palco di X Factor, quando ha presentato una cover ai giudici per poi abbandonarsi a un inedito decisamente più emozionante e coinvolgente; lo è rimasto quando è uscito Solo cose belle, il suo primo album, con tanti piccoli racconti di vita quotidiana mescolati a sentimenti di diversi colori.

E lo è rimasto ancora oggi, con il suo nuovo lavoro discografico, Lividi: frammenti notturni, pensieri che ancora si aggrovigliano ma a cui Eugenio Campagna, vero nome dell’artista romano, sembra riuscire a dare un ordine. Nove tracce in tutto, che raccontano momenti specifici, di Roma, di Milano, di luoghi a volte sospesi di cui però sembra percepire l’odore e la consistenza delle emozioni che ne fanno parte.

Mi piacerebbe raccontare cosa penso e allora scrivo una canzone mentre faccio una passeggiata. Penso alle cose che posso cambiare e a quelle che devo semplicemente accettare, e mentre penso, i sogni hanno il sopravvento… sono sempre i più forti! E decido di scegliere di vivere con il sole dentro anche quando danno pioggia per un mese

Comete traccia per traccia

Sei una sigaretta con il raffreddore  / Mi fai solo male non hai più sapore 

Malattia e cura, somiglianze e allontamenti: questi gli ingredienti principali di Lampi e tuoni, il primo brano dell’album che già inizia a far comprendere quali sono gli elementi che troveremo anche nei brani successivi. Il ritornello si lascia piacevolmente cantare, quel pizzico di nostalgia di quel che è stato si lascia vivere con un po’ di amaro in bocca, la capacità di Comete di trasportare dentro il proprio mood si lascia, ancora una volta, andare.

C’è una canzone che parla di questo / l’ha scritta un tipo penso l’anno scorso 

Un altro ritornello appassionato, questa volta dedicato a Irene, un pezzo di universo al quarto piano senza ascensore che oggi sembra essere lontanissimo. Le storie che finiscono ma lasciano il fiatone sono quelle che meglio si lasciano cantare, una volta spenta la fiamma del dolore: e qui si canta, senza cercare altro se non il sollievo.

E non c’è niente come noi / E infatti proprio non esistiamo

Parlare troppo d’amore non serve, lo abbiamo tutti imparato a nostre spese: ce lo ricorda ancora una volta Comete nella sua Peccato!, raccontando la fine di qualcosa che non è realmente mai iniziato. Spesso si pensa a cose poco importanti, ma se sanno far battere il cuore potrebbe avere un senso continuare ad ascoltarle… Magari per cantarci sopra, dopo aver compreso la melodia a cui appartengono.

Usami come, come usi il tempo / Quando passa svelto a ridere del vento

Lo spazio assume i contorni di una stanza, l’amore quello di una persona a cui dedicarsi anima e corpo, mentre a Napoli piove e tutto aspetta di essere scaldato, ancora una volta dal sole. Mentre si passa il tempo cercando di trovarsi addosso all’altro, cambia anche l’atmosfera: il cantautorato dei pezzi precedenti assume qualche sfumatura sintetica che in qualche modo sposa l’idea climatica che l’accompagna.

Parlami di cose semplici e banali / Prendimi come sai fare tu ma senza perderti

La title track, Lividi, riesce a conquistare il podio per l’emozione accattivante che riesce fotografare: stammi vicino nei momentacci, quelli che somigliano al lunedì mattina col nodo in gola. Anche qui la voglia di canticchiare diventa prepotente al fin dal secondo ascolto, perché alla fine le ferite che ci portiamo addosso si somigliano un po’ tutte quante.

Lo sai che a volte vorrei solo correre poi perdermi nel niente / Sul mare, nel verde / Dove ogni pensiero che mi passa dopo passa veramente

Il pathos prosegue anche nella traccia successiva: Più, dove il rapporto con l’altra persona sa condizionare l’evolversi dell’intera giornata, condendola dei sapori più disparati, così come accade ai pensieri. Il malumore e gli abbracci, la mente e il corpo, in attesa del giorno della felicità che nessuno ci ha spiegato ma che siamo convinti di saper riconoscere.

E non è un film d’amore / se quello che cerchi poi sta sempre altrove

Si prosegue con Pozzanghera, la fotografia di una relazione con qualcuno che sa vendersi bene ma che in sostanza ha poco o nulla da dire o da dare. Poco importa quel che sembri, se nemmeno tu sai chi sei. Il casino dentro, poi, fa il resto: non vuole farsi rincorrere, vorrebbe aprirci gli occhi, finché la consapevolezza non arriva.

Che da casa tua si vede il mare / Che poi forse è il Naviglio / E sai non lo so più

Una storia che lascia ben sperare arriva sul finale: Naviglio racconta di somiglianze, di pensieri prima di conoscere realmente la persona a cui li stiamo dedicando, di progetti possibili e auspicabili di vestiti stropicciati e nuove terre da esplorare.

Mi piacerebbe tanto / Saltare l’intro e andare dritti al punto del discorso

Smettere di girarci intorno e correre nella direzione dell’altro: Salta l’intro è il tempo perso a girarci intorno e la voglia di arrivare alla destinazione, che fa morire dalla voglia di scoprire chi c’è dall’altra parte e regalarle tutto il possibile, e magari anche qualcosa in più.

Il piacere e l’attesa, l’entusiasmo e la moderazione chiudono il percorso di un disco fresco e godibile, come una giornata di sole in una primavera che tarda ad arrivare.

Genere: Indie Pop

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