Cristiano Godano: il coraggio della paura

Si celebra via Zoom la presentazione di Mi ero perso il cuore, primo disco solista di Cristiano Godano. Scrittore, autore, attore, ma soprattutto cantante e chitarrista dei Marlene Kuntz da un trentennio, approda all'esordio in prima persona dopo lunghe meditazioni. E meditabondo è anche il suo disco (recensito qui), oltre che fortemente influenzato dal folk americano delle radici.

Un disco realizzato con la collaborazione di quel personaggio trasversale che trovi dentro tanti grandi dischi della musica italiana come Gianni Maroccolo (Litfiba, CCCP-CSI-PGR, gli stessi Marlene, Deproducers, nonché produttore di seimila band tra cui Timoria, Statuto, Diaframma, Yo Yo Mundi). E suonato insieme a Luca A. Rossi e Simone Filippi degli Üstmamò.

Libreria di ordinanza alle spalle, barba (che però c'era anche prima della pandemia), atteggiamento piuttosto rilassato e adatto al mezzo. E grande attenzione per le domande e per chi le pone, da professionista esperto e molto familiare con la scena.

"Ho avuto una bella e fortunosa (dice proprio "fortunosa", ndr) carriera con i Marlene Kuntz. Ma ho iniziato, tre anni e mezzo fa circa, a lavorare su canzoni mie. Sono arrivato a cinquanta pezzi non finiti. Poi due anni fa abbiamo cominciato a pensarlo in maniera fattiva".

Perché un album da solista adesso?

Prima di accettare di avventurarmi in questo cimento ho desiderato essere sicuro di quello che facevo. Volevo trovare il momento giusto senza turbare i Marlene Kuntz, il mio progetto principale.

Sette-otto anni fa avevo iniziato a presentarmi in situazioni solitarie, con ibridazioni e in fra mezzo tutto c'erano le mie suonate dal vivo. Ho iniziato a prendere entusiasmo nei confronti della situazione solitaria. E poco alla volta mi sono reso conto che non potevo continuare a suonare i pezzi dei MK.

Nel disco cambi spesso punto di vista, anche all'interno della stessa canzone. Come riesci a entrare in empatia con chi ascolta le tue canzoni?

E' una situazione che ha a che fare con l'empatia, mi piace molto l'idea di provare a entrare nella testa dell'altro. Tutto questo ha a che fare con dei complimenti che mi hanno rivolto spesso con la band.

Mi dicevano: "Tu sei riuscito a esprimere quello che penso, ma io non sarei riuscito a usare parole così precise".

Penso che la consapevolezza sia qualcosa di fondamentale. Nel libro che ho scritto, Nuotando nell'aria, sottolineo spesso questo concetto.

Nel dialogo serrato con il pubblico tutti mi davano del poeta, fin da subito ho cercato di capire perché me lo dicevano. Ho trasformato tutto quanto in una lezione che mi ha permesso di acquisire consapevolezza. Come io ci riesca io non lo so. Penso sia un fatto di esperienza.

Nel disco non hai problemi nel parlare di fragilità e di paura.

E' il coraggio della paura: ci vuole un po' di coraggio a mettere in pubblico la parte vulnerabile di se stessi, so molto bene come il frontman di una band alimenti un immaginario fatto di mitizzazione e venga messo su un piedistallo. Poi si fa anche di tutto per butarlo giù dal piedistallo.

Non è particolarmente convieniente per molti andare nel territorio della paura: c'è il timore di togliere una componente mitica. Però ci sono esempi di cantanti che in realtà mi sono molto vicini, come Dylan, Neil Young, Nick Cave: tutta gente che quando ha voluto parlare di paura lo ha fatto senza problemi.

Io trovo molto affascinante questo percorso di up and down perché il pubblico ha la possibilità di empatizzare e di avere una visione più complessa.

Come facesti con il gruppo a Sanremo, anche qui hai usato i fiati, con Enrico Gabrielli

I fiati usati a Sanremo erano molto più squillanti, noi siamo dei bastian contrari e siccome tutti a Sanremo usano la sezione archi, noi decidemmo di usare dei fiati un po' alla Janis Joplin, ma non funzionò molto secondo me.

I fiati che usa ora Gabrielli sono più ineffabili: il clarino è bizzatto, mi sembra quasi di vedere uno gnomo che salta fuori e mi piace molto.

Ci puoi parlare dell'arrangiamento?

Da un punto di vista pratico è opera dei musicisti che hanno suonato con me, io prima di entrare in studio ho parlato molto con loro perché volevo far capire che cosa mi aspettavo. Avevano ascoltato la canzone nuda e cruda e parlando con gianni mi sono accorto che spingeva quasi più di me verso l'essenzialità, perché sa molto bene che queste canzoni stanno in piedi da sole.

Questo disco si può immaginare anche suonato in un altro modo, con sezioni d'archi, ma per mantenere l'intimità del songwriting originario abbiamo semplicemente suonato insieme in studio, alcune take sono prese insieme e devo ringraziare Gianni, Luca e Simone per il lavoro fatto. Le idee di coinvolgere Gabrielli e Vittorio Cosma sono state maturate insieme.

A breve suonerai live a Bergamo, nel cortile della GAMeC. Sarà il tuo primo live post pandemia? Puoi immaginare come andrà?

Sì, sarà il mio primo live e posso immaginare che sarà un'emozione enorme. Del tipo: "Cazzo finalmente sta accadendo". Dopo tre mesi in cui abbiamo soltanto avuto modo di confabulare fra noi musicisti con il sentimento della paura.

Sarà quel tipo di emozione dovuta al fatto che finalmente ci siamo riusciti a sbloccare un po'. E sarà decuplicata dal fatto di essere a Bergamo, che tutta Italia vede come una città martire, di cui posso immaginare il terrore, penso a un periodo di incubo, con sirene in continuazione.

Non suonerò tutto il disco, sarà una chiaccherata con un interlocutore e sceglierò i pezzi che penserò di essere più comunicativi.

Hai citato spesso nelle interviste due numi tutelari come Bob Dylan e Neil Young, di cui peraltro sono usciti i dischi in questi giorni. Hai avuto modo di ascoltarli e cosa ne pensi?

Ancora no, è un periodo di superlavoro e quando arrivo alla sera sono veramente stanco. Ma sono molto curioso di ascoltarli. So che Dylan ha fatto un capolavoro, e per quando riguarda Young sappiamo da dove arriva questo disco. Sono molto curioso.

Che cosa ti è mancato rispetto al lavoro con i Marlene?

Un po' mi spiace, ma non ho provato nessun senso di distacco. Speravo di trovarmi in una situazione diversa, speravo soprattutto di fare un disco che impedisse alla gente di dire: "Poteva farlo con i Marlene".

La verità è che ho suonato con persone che conosco da tantissimo tempo, conosco Gianni Maroccolo da 25 anni, ha fatto anche dei tour con noi. E anche con Simone e Luca abbiamo condiviso la scena degli anni Novanta, loro suonano e fanno dischi tuttora. Ci hanno messo disponibilità e acume e mi hanno messo a mio agio fin dalle prime battute.

D'altra parte anche il più brontolone degli ammiratori dei Marlene, a cui non va mai bene niente, non può avere da ridire perché mantengono quel pathos che c'è con la band, il mondo è quello.

Ci sono due o tre pezzi che hanno proprio un'anima country, lì qualcuno potrebbe storcere il naso, ma non si esce molto dal cliché "godano-marlenico".

Peraltro Ti voglio dire e Lamento del depresso arrivavano da sesssioni con i Marlene, che però con il prossimo disco vorrebbero reintenarsi (non credo che ci riusciranno perché è da geni reinventarsi completamente). Ma erano pezzi miei, così me li sono ripresi e gliel'ho detto.

Come ha influito la pandemia sul disco?

Come dicevo sono canzoni che sono nate prima, tuttavia sono già alcuni anni che sento che il mondo sta andando in una brutta direzione.

Anche le brutte cose che sono accadute in America con quel bruttissimo epsiodio di Floyd non mi sorprendono, penso che il mondo stia rischiando di andare in una pessima direzione. E questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a far uscire il disco adesso.

C'è una parte di persone che alle opere d'arte impegnative non vogliono dare peso e che non vedono l'ora di tornare in spiaggia, ma c'è una parte di persone che ha paura di quello che può succedere a settembre. E per queste persone può essere un aiuto.

Il tuo nuovo video è Com'è possibile, e porta con sé qualche visione apocalittica, oltre che riferimenti a Floyd e all'onnipresente Dylan...

Sì c'è Dylan e ci sono alcuni dei problemi del mondo. Mi sento in sintonia e simpatia con Greta Thunberg e mi fa molto arrabbiare chi minimizza i problemi. Il global warming è ovviamente il problema principale dei nostri tempi, poi non ho molto in simpatia il sovranismo perché porta divisioni e le divisioni portano ai fascismi.

Tutto ciò nel video non è raccontato in maniera esplicativa ma suggestiva. C'è un riferimento a Blowin' in the wind, canzone che non suggerisce risposte ma le stimola, ognuno pensa alla propria risposta.

Visivamente penso che abbiamo creato un buon miracolo, date le condizioni. Si tratta di una carrellata neanche troppo fitta di situazioni che definiscono un po' meglio quello che accade, foreste che bruciano, proteste di piazza, una città siriana.

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