Dena Barrett: un baule dove riporre le idee

I Dena Barrett hanno tirato fuori dal cilindro un dittico di singoli utili a presentare il disco d’esordio, prodotto da Andrea Pachetti. Vorrei farmi esplodere la faccia è l’ultimo brano inciso. Abbiamo rivolto loro qualche domanda.

Dena Barrett, un nome che rimanda a suggestioni diverse: da dove deriva il vostro nome?

Da mille seghe mentali che ci siamo fatti per mesi e mesi, trovando almeno una cinquantina di nomi che sembravano giusti e poi, finalmente la nostra passione comune per i film anni Ottanta ci ha fatto concordare tutti per Dena Barrett, la storpiatura di Dana Barrett il personaggio interpretato da Sigourney Weaver in Ghostbusters. In più, ci piace l’idea di avere un nome e un cognome sotto il quale riunirci tutti e quattro.

Una gavetta che trova espressione in due brani dal forte retrogusto post rock. Da dove parte la storia dei Dena, e dove è diretta?

Siamo prima di tutto un gruppo di amici, Tommaso (voce), Elia (chitarra), Marco (basso) e Michel (batteria), tutti provenienti da Viareggio che spinti dall’esigenza di voler dire qualcosa, di far sentire la propria voce, hanno creato questo progetto. Tutto nasce in effetti proprio con questa funzione, prima di ogni altra, è un po’ il nostro “baule” dove possiamo riporre le nostre idee, senza cazzi, dove possiamo esprimerci liberamente

Halloween ha aperto le danze, qualche settimana fa, con piglio piuttosto deciso: un viaggio attraverso le sonorità anni Novanta che hanno segnato la scena nazionale. Quali sono i riferimenti principali del vostro lavoro, e con chi avete lavorato in studio?

In studio abbiamo lavorato con Andrea Pachetti, il quale è stato molto bravo a individuare quali fossero le peculiarità di ognuno di noi e lavorarci sopra per esaltarle. Insieme a lui abbiamo cercato il sound più giusto per noi, abbiamo pescato in generi musicali anche molto diversi tra di loro, dai Cure e gli Smiths ai Son Lux e Tame Impala. Per noi è fondamentale l’ascolto quotidiano di tutta quella che è la scena underground italiana; artisti come Zen Circus, Giovanni Truppi, Rancore e molti altri sono sempre fonte d’ispirazione. 

Poi, Vorrei farmi esplodere la faccia conferma la sete di tritolo che alberga nelle vostre anime: come possiamo liberarci dalle pose che contraggono i nostri volti in “maschere” ormai fin troppo scomode? Quanto è liberatorio, per voi, questo brano?

Probabilmente è impossibile, o almeno, noi non abbiamo una risposta. Sicuramente provare a essere più onesti possibili con se stessi è già un grande passo. Per noi questo brano è liberatorio sotto due punti di vista. Il primo è nell’aver scritto un brano splatter senza troppe paranoie, tentando di scrivere in maniere, appunto, onesta e diretta. In più, è il brano che ci diverte maggiormente suonare live.

Eppure, anche l’amore trova un proprio spazio in questo brano: i sentimenti possono aiutarci a svincolarci dalle nostre convinzioni, dalle posizioni irrigidite che abbiamo assunto nel tempo? 

Sicuramente. Nel brano raccontiamo la liberazione da un amore tossico. In questo caso, è il senso di disagio e di clausura che porta con sé una relazione malata a scaturire una reazione, a svincolarci da una posizione che lentamente ci appassisce e non ci fa nemmeno riconoscere più.

C’è un libro che può avere in qualche modo ispirato le vostre canzoni? Abbiamo capito che di influenze cinematografiche ce ne sono eccome…

Dalla letteratura abbiamo sicuramente pescato tantissimo, un libro in particolare non c’è, ce ne sono molti e ci sono molti autori… Facciamo una specie di menzione speciale a In mezzo al mare di Mattia Torre.

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