Elizabeth The Second: intervista e recensione

Si chiama Two Margaritas at the Fifty Five il nuovo ep da cinque canzoni dei veneti Elizabeth The Second, con notevoli influssi alternative derivanti da diverse ondate di musica soprattutto brit. Abbiamo rivolto loro qualche domanda.

Qual è la storia della band e del suo curioso nome (benché band dedicate alla regina d’Inghilterra mi pare ci siano già state, ma potrei sbagliare)?

Ne esistono già? Non sapevo. In realtà è nato tutto per caso, senza troppe forzature. Una sera ci siamo incontrati a una festa con Luca (io e Micky siamo amici di vecchia data, suonavamo assieme ai tempi della scuola) e abbiamo deciso di prenotare una saletta per fare una jam session.

Improvvisate un paio di canzoni abbiamo capito subito che ci sarebbe andato di fare una band assieme. Qualche giorno dopo bevendo una birra Micky mi disse: “Sai, ho sempre desiderato avere una band come la nostra, e chiamarla Elizabeth The Second”. Perfetto, trovato il nome. Quindi in realtà non è tanto la regina d’Inghilterra (che sì per carità, ci sta simpatica) ma il suono che aveva il nome e il fatto che fosse associato a un personaggio comunque noto, e quindi un po’ provocante. Poi sai, alla fine i nomi delle band vogliono dire tutto e niente, poco importa.

Qual è stata la genesi e come sono andate le lavorazioni del vostro ep?

Abbiamo registrato con la supervisione dell’ingegnere del suono Filippo Galvanelli, che è un nostro carissimo amico, quindi molto bene. Noi abbiamo seguito la parte artistica, lui ci ha supportato (e anche sopportato) dal punto di vista tecnico. Abbiamo scelto l’utilizzo di tutto ciò che utilizziamo dal vivo, per mantenere il nostro caratteristico suono, per non perdere la nostra identità.

Molte volte infatti quando si ascolta una band su un disco e si va a vederla dal vivo si ha l’impressione di ascoltare due cose completamente diverse, e questa è una cosa che personalmente non sopporto. Per il resto bene, ci siamo divertiti, l’importante è quello.

Mi ha incuriosito il fatto che nella grande dicotomia Blur/Oasis nella presentazione vi siate (giustissimamente, a mio parere) schierati per i primi, ma nelle vostre canzoni trovo tracce di Gallagher…

Si dice che la musica che ti resterà sempre nel cuore è quella che scopri nell'adolescenza, per noi è stato proprio così. Parlo a nome dei tre quando, per fare un paragone, dico che abbiamo sempre visto i Blur come i Beatles e gli Oasis come i Rolling Stones, ed essendo grandi fan dei Beatles… è ovvio che siamo particolarmente legati ai primi.

A ogni modo tutto il Brit Pop anni '90 ci ha fortemente contaminato considerando che l’abbiamo vissuto proprio in età adolescenziale. I fratelli Gallagher sono patrimonio dell’umanità e, che piacciano o no, obiettivamente hanno scritto anche loro un pezzo di storia della musica.

La chitarra è morta e così il rock, dicono. Mi sembra evidente che però voi siate di altro avviso. Siete degli irrimediabili passatisti oppure c’è qualcosa che vi piace nella musica di oggi?

Chi non è un irrimediabile passatista? In realtà lo siamo tutti se ci si pensa bene, ma a mio parere bisogna sempre guardare in avanti, anche nella musica. Che il rock sia morto e anche la chitarra non sono d’accordo, sono frasi che dicono tutto e niente, va in base alle mode. Già negli anni 80 i sintetizzatori ci avevano provato e non ci sono riusciti.

Il rock è vivo e vegeto e anche i riff di chitarra lo sono, a differenza del passato il rock non è più ‘main-stream’, è nel sottobosco e si è evoluto. La musica di oggi è fantastica, come quella di ieri. Nell'underground si trovano delle band pazzesche e cantautori interessantissimi, chi dice il contrario è perché non si spinge più in là delle solite due radio commerciali che dicono di fare rock. Se penso a nomi attuali come Wolf Alice, Mac DeMarco, King Krule, IDLES, Anna Calvi, …(potrei andare avanti per ore), non credo ci sia molto da dire, artisti fenomenali.

Questo ep è un antipasto di ulteriori cose a venire oppure vi sentite “tagliati” per questo tipo di distanza breve?
Abbiamo già iniziato a scrivere nuovo materiale, un bel po’ di pezzi in cantiere. Visti gli sviluppi e il nostro modo di scrivere credo che non ci sarà un disco uguale all’altro. Le contaminazioni sono molte e sempre nuove, ognuno mette del proprio, certo il denominatore comune sarà sempre rock ma ci sono molti sottogeneri che ci fanno gola.

Diciamo che Two Margaritas at The Fifty Five è stato un prodotto di pancia, tenuto nel cassetto per troppo tempo, forse sì un antipasto, o meglio, un bel Margarita scolato a canna prima di suonare per il concerto della vita.

Elizabeth The Second traccia per traccia

Si parte da No One Cares, pezzo di robusto rock'n'roll che sembra subire le influenze di tutta quella fascia di alternative che parte dagli Strokes e arriva a Black Keys e Arctic Monkeys.

Si corre parecchio in Mickey, ma si picchia anche un bel po'. La chitarra sarà pure morta per la musica d'oggi, ma qui sembra viva e addirittura capace di assoli.

Un po' di nostalgia con Yesterday I was 20, che ha volute anche un po' sognanti, in mezzo a un ritmo però serrato.

Soho è la canzone più cazzona, quella che oggettivamente ci sta in un disco così, anche solo per fare un po' di casino.

Si chiude con una richiesta di denaro: ecco Gimme one Euro, ancora attorniata da un lavoro molto interessante della chitarra.

Un ep molto divertente e disinvolto, quello degli Elizabeth The Second, caratterizzato da canzoni energiche e molto fluide, presupposto di una carriera senza dubbio divertente.

Genere: alternative rock

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