Galapaghost, l’intervista: “Per me la musica è libertà”

Galapaghost, l’intervista: “Per me la musica è libertà”

Galapaghost torna con Neon Dream, un ep che segna un nuovo capitolo nella sua ricerca musicale e che si allontana dalle coordinate folk e cantautorali che hanno caratterizzato parte del suo percorso. Sei brani diversi tra loro, attraversati da atmosfere elettroniche e soprattutto da una dimensione onirica comune, in cui l’artista americano lascia spazio all’istinto, alla sperimentazione e alla possibilità di non sapere in anticipo dove una canzone lo porterà.

Dietro il nome Galapaghost c’è il percorso di Casey Chandler, musicista che nel corso degli anni ha attraversato esperienze molto diverse: dal tour con John Grant alla collaborazione con il cinema di Gabriele Salvatores, fino alla scrittura per colonne sonore. Un percorso che gli ha permesso di confrontarsi con linguaggi differenti senza mai perdere una precisa idea di libertà artistica.

In occasione dell’uscita di Neon Dream, abbiamo parlato con Galapaghost del suo rapporto con l’elettronica, del processo creativo alla base dell’ep, della manipolazione della voce, del rapporto tra musica e cinema e della possibilità di continuare a sperimentare senza preoccuparsi troppo delle aspettative. Anche quando si tratta di capire quale sarà il prossimo passo: perché, come racconta lui stesso, “per scrivere bisogna prima vivere”.

In Neon Dream ti allontani parecchio dalle coordinate più folk e cantautorali che hanno caratterizzato parte della tua produzione. Quanto è stato naturale per te arrivare a un suono più elettronico e quanto, invece, hai dovuto imparare un nuovo modo di costruire le canzoni?

In realtà, il passaggio è stato molto naturale. Ero arrivato a un punto in cui mi ero stancato di scrivere canzoni folk, quindi ho provato ad andare nella direzione opposta e tutto è venuto fuori quasi spontaneamente.

Avevo già sperimentato parecchio con l’elettronica in Sootie (2018) e Please Scream Inside Your Heart (2020), ma questo ep è abbastanza diverso. Nei due dischi precedenti i brani condividevano più o meno la stessa atmosfera, mentre sento che ognuna delle sei canzoni di Neon Dream abbia un suono e una struttura propri e racconti una storia diversa.

In questo ep salto anche parecchio da un genere all’altro, ma credo che i brani funzionino comunque bene insieme perché hanno tutti qualcosa di onirico che li lega.

Il tuo percorso passa da collaborazioni importanti, come quella con John Grant, fino al cinema di Gabriele Salvatores e alla scrittura per colonne sonore. Quanto hanno influenzato queste esperienze il modo in cui oggi pensi alla musica e, soprattutto, quanto ti hanno insegnato a considerare il suono indipendentemente dalla forma-canzone?

Il tour con John Grant mi ha insegnato tantissimo. Sono stati solo sei mesi, nel 2010, ma avevo 22 anni, pochissima esperienza e una curiosità enorme. Era la prima volta che vivevo davvero la realtà di un musicista in tour e, in un certo senso, ero una tela bianca: assorbivo tutto quello che vedevo e imparavo strada facendo.

John poi è una persona incredibilmente autentica e sincera, sul palco come nella vita. Vederlo da vicino proprio nel momento in cui la sua carriera stava decollando è stato davvero formativo e ha cambiato per sempre il mio modo di essere artista.

Un altro momento importante è stato quando Gabriele Salvatores ha scelto la mia musica per un suo film. Quell’esperienza mi ha fatto scoprire quanto musica e cinema possano completarsi a vicenda e creare qualcosa che va oltre entrambe. Da allora mi è rimasta una gran voglia di esplorare quel mondo: prima o poi mi piacerebbe davvero comporre la colonna sonora di un film.

Nessuna regola

Neon Dream è un lavoro molto breve, quasi una raccolta di esperimenti: alcune tracce sembrano più sviluppate, altre hanno la dimensione di piccoli frammenti. Era proprio tua intenzione lasciare queste idee in una forma così essenziale oppure sono il risultato di un processo creativo ancora in evoluzione?

Sì, quando faccio musica non seguo nessuna regola. Le regole, nell’arte, sono per gli sciocchi. Per me la musica è libertà. Se lasci la mente libera di andare dove vuole, senza preoccuparti del genere o della struttura, una canzone può prendere vita propria e portarti ovunque. Può succedere di tutto, ed è proprio questo che trovo così bello.

Il mio processo creativo cambia continuamente. Quando inizio a scrivere una canzone non so mai dove andrà a finire, e questa cosa mi entusiasma ancora tantissimo.

Mi piace anche lavorare per sottrazione. È molto facile, quando crei qualcosa, pensarci troppo e continuare ad aggiungere idee fino a quando ce ne sono semplicemente troppe. È come mescolare insieme tutti i colori: invece di ottenere qualcosa di bellissimo, alla fine viene fuori solo una gran confusione.

Di solito parto facendo l’opposto: butto fuori tutte le idee che ho, senza giudicarle, un po’ come lanciare vernice contro un muro e vedere cosa resta. La parte difficile è proprio riuscire a non giudicarsi. Provare qualcosa che non hai mai fatto prima e dargli davvero una possibilità, invece di fermarti subito pensando: “No, questa farà schifo”, prima ancora di sapere se sarà davvero così.

In brani come Mumbo Jumbo la voce viene manipolata fino a diventare quasi uno strumento elettronico. Che cosa ti interessa della possibilità di trasformare la voce, e c’è stato un momento preciso in cui hai capito che poteva diventare una parte così importante della ricerca sonora del disco?

È nata un po’ per caso. La voce così com’era non mi convinceva del tutto, anche se mi piaceva il timbro. E visto che non avevo mai scritto niente come Mumbo Jumbo, sentivo che anche la voce dovesse avere qualcosa di strano e inaspettato.

Così ho iniziato a giocarci un po’: l’ho invertita, tagliata, rimontata, e a un certo punto ha semplicemente funzionato.

Chiaramente non ho inventato niente di nuovo, ma non è una cosa che mi interessa particolarmente. Con 60.000 canzoni che vengono caricate su Spotify ogni giorno, ormai è difficile fare qualcosa che nessuno abbia mai fatto prima. Per me conta che sia qualcosa che io non avevo mai fatto.

Alla fine non cerco di competere con quello che fanno gli altri. Cerco solo di spingermi un po’ più in là rispetto a quello che ho fatto prima.

La libertà di fare ciò in cui si crede

Nel corso della tua carriera hai attraversato contesti molto diversi, dagli Stati Uniti all’Italia, dai piccoli circuiti indipendenti a collaborazioni con artisti e registi affermati. C’è qualcosa che oggi, dopo tutti questi anni, senti di poter fare con maggiore libertà proprio perché non hai più bisogno di dimostrare nulla?

Per me la libertà assoluta è sempre stata poter fare solo musica in cui credo davvero e in cui mi riconosco. E, stranamente, è una cosa che ho sempre avuto. Non mi è mai importato se una canzone potesse portarmi più fan, soldi o riconoscimenti: se non piaceva a me, semplicemente non la pubblicavo.

Credo sia anche per questo che riesco ancora ad ascoltare il mio primo album, uscito 14 anni fa, e a sentirmi così vicino a quelle canzoni. Alcune le ho scritte quasi vent’anni fa e oggi sono una persona completamente diversa. Probabilmente non riuscirei più a scrivere musica così, ma quando le ascolto mi riconosco perfettamente nel ragazzo che ero a vent’anni.

Per molto tempo ho sempre dato per scontato che avrei avuto un lavoro a tempo pieno accanto alla musica. Sapere che non dovevo dipendere dalle mie canzoni per vivere, in un certo senso, le rendeva ancora più preziose: non avevo bisogno che avessero successo, potevo semplicemente fare la musica che volevo fare.

La cosa curiosa è che oggi non ho più bisogno di avere un altro lavoro a tempo pieno, ma quella mentalità è rimasta esattamente la stessa. Quando si tratta della mia musica, non voglio scendere a compromessi.

Guardando oltre Neon Dream, questa parentesi elettronica è l’inizio di una nuova fase di Galapaghost oppure preferisci considerarla semplicemente una deviazione, un esperimento prima di capire quale sarà la prossima direzione?

Vorrei poterti dare una risposta, ma sinceramente non ne ho idea! Avrei dovuto approfittare di quest’estate per capire quale direzione dare alla mia musica, ma eccoci a settembre e ancora non ne ho la minima idea.

D’altra parte, per scrivere bisogna prima vivere. Quindi forse ho semplicemente bisogno di vivere ancora un po’ prima di capire quale sarà il prossimo passo.