HP Lovecraft: lo scrittore venuto dallo spazio #sottotraccia

Con l’umile ma malcelata ambizione di fornire ai lettori di TRAKS qualcosa di “diverso”, che si possa leggere accanto, insieme, sopra e sotto la musica che accompagna le nostre giornate, questo agosto abbiamo deciso di proporre o riproporre alcuni articoli monografici che abbiamo scritto in passato, per lo più su altre testate, e che non volevamo andassero persi. Letture estive, ma anche per ogni stagione.

Non gli bastavano gli orrori “comuni”. Howard Phillips Lovecraft non era e non fu mai un personaggio in grado di abituarsi alla banalità, come facciamo più o meno tutti. Nelle sue storie si va sempre alla ricerca di un passaggio ulteriore, di una spinta verso l’ignoto. Ignoto che, per lo più, è popolato di dei mostruosi, antichissimi, senza volto e senza senno. Ma con nomi spesso molto creativi.

Nato a Providence, città universitaria del New England tutto sommato poco significativa, tanto che, quasi come un nuovo Flaubert, ebbe a scriverne “Io sono Providence”, Lovecraft è stato fra i precursori riconosciuti della fantascienza moderna. Ma “riconosciuti” va inteso in senso lato.

Mentre a Edgar Allan Poe va il manto dello scrittore “serio”, del letterato colto ed erudito capace di trasformare i suoi racconti del grottesco e dell’arabesco in Letteratura seria a tutto tondo, e di inventare il genere poliziesco con Auguste Dupin, quasi cinquant’anni prima che Sherlock Holmes prendesse forma nella mente di Conan Doyle, Lovecraft si è sempre dovuto accontentare della definizione di autore “di genere”.

E nemmeno di un genere particolarmente nobile, si direbbe. Prima del tardo Novecento a horror, fantasy e fantascienza non si è proprio dato accesso facilitato ai templi della cultura “alta”.

Bisognerebbe poi capire cosa si beve o si respira nel New England, quella porzione di costa orientale degli Stati Uniti ove sbarcarono i primi coloni (e dove, per capirsi, hanno continuato a bruciare le streghe fin quasi a poco fa): se Lovecraft infatti è del Rhode Island, Poe è di Boston, Massachussetts, poco più in là. E venendo a tempi più recenti, Stephen King è nato nel vasto e poco ospitale Maine, appena più a nord.

Il destino di Lovecraft si compie quando ancora i suoi livelli di consapevolezza sono ai primissimi stadi: ha tre anni quando il padre ha un attacco psicotico particolarmente grave, in un hotel di Chicago. Straparla, dice di essere stato insultato da una cameriera, che la moglie è stata aggredita. Di lì a cinque anni l’uomo morirà di sifilide, dopo essere rimasto altresì paralizzato.

Howard crescerà con la madre, due zie e il nonno, Whipple Van Buren Phillips il quale, oltre ad avere un nome particolarmente elaborato, possiede anche una biblioteca molto ben fornita con le fiabe dei fratelli Grimm, Le mille e una notte e i romanzi della letteratura gotica.

Anche la nonna, Rhobinia Alzada Phillips (la mania per i nomi curiosi è evidentemente diffusa in America da molto prima della comparsa dell’hip hop e dei giocatori di basket) ha una notevole importanza per lo sviluppo culturale del piccolo Howard, visto che gli insegna l’astronomia, campo che esplorerà e popolerà di divinità inquietanti e antichissime. E anche perché muore presto, causando al bambino incubi, che si trasformeranno nelle sue prime creature letterarie, i “Magri notturni” (Night-Gaunts) che appariranno nei suoi primi racconti.

Le suggestioni che arrivano dai racconti delle Mille e una notte sono invece alla base di creazioni come quella dell’esploratore arabo pazzo Abdul Alhazred e di tutto il ciclo che fa riferimento alla ricerca del celebre e inesistente libro, maledetto e oscuro, il Necronomicon.

Già, perché il talento migliore di Lovecraft è la creatività. Nel senso che è un creatore di mondi: si inventa inesistenti piani di realtà dei quali i suoi racconti sono soltanto la parte superficiale, il guscio minimo dentro il quale si riversano incubi e immaginazioni.

Gli incubi e l’immaginazione del resto sono stimolati di continuo: anche crescendo, le letture di Lovecraft sono enciclopediche, sia dal lato dei racconti e dei romanzi (lo stesso Poe, Verne, Wells ma anche moltissima letteratura classica), ma anche sul piano scientifico: Howard si interessa alla chimica, tanto da costruirsi un laboratorio in cantina.

Ma anche gli incubi non mancano mai: nel 1900 arrivano i primi esaurimenti nervosi, favoriti anche dall’iperprotettività della madre, che non vuole che esca in strada perché lo considera troppo brutto. E del resto la vita dello scrittore di Providence prosegui tra bassi e più bassi: disavventure finanziarie, morti di persone care, divorzi e gli immancabili crolli nevrotici, dovuti a una natura mentale estremamente precaria. Il rapporto con il resto del genere umano fu sempre piuttosto difficile: benché avesse amicizie e relazioni, e benché avesse avuto scambi epistolari con altri scrittori, la sua opinione del genere umano fu sempre piuttosto precaria. Di diffidenza, nei momenti migliori.

Nel chiuso della propria camera, nel frattempo, Lovecraft continuava a leggere tantissimo e a produrre racconti lunghi come Alle montagne della follia, Colui che sussurrava nel buio, Il colore venuto dallo spazio e tutto il ciclo dei racconti di Cthulhu, dominati da informi divinità invisibili che tramano nell’ombra da molto prima dell’esistenza del sistema solare.

Si potrebbe perciò supporre che trovasse consolazione nella letteratura. Errore grossolano: era così insoddisfatto dalla propria produzione che pensò più volte di abbandonare la scrittura, nonostante successi occasionali, come per esempio quella volta in cui il mago Houdini gli commissionò un racconto che avrebbe spacciato per una propria avventura realmente accaduta.

La sua insicurezza derivava sia dai modelli ai quali aspirava senza poterli raggiungere, sia dal fatto che i suoi contemporanei per lo più lo ignoravano. E quando non lo ignoravano era soltanto per stroncarlo, oppure per respingere i suoi racconti, come fecero svariate riviste.

Gli si rimproverava la prosa a volte troppo ampollosa e ricca di termini arcaicizzanti o presi dai testi classici. Oppure i dialoghi, privi di verosimiglianza. E poi questi mostri, questi polpi informi, spesso descritti usando termini come “orrore” o “terrore”; quando tutti sanno che per scrivere un buon racconto dell’orrore la prima regola è non scrivere mai la parola “orrore”.

Eppure. Eppure di quei terribili critici non si ricorda più nessuno. Nessuno di quelli che stroncarono i suoi racconti ha lasciato segno di sé. Invece Lovecraft ebbe e ha tuttora un successo, di nicchia senza dubbio, ma che assicura a lui e ai suoi incubi una certa prosperità postuma.

Morì di tumore il 15 marzo 1937, a conclusione di una vita breve e tutt’altro che felice. Forse era tutto già scritto, nel Necronomicon. Forse l’arabo pazzo Alhazred lo aveva previsto, leggendo un’iscrizione millenaria nelle catacombe di un deserto da incubo. Forse una divinità lattiginosa e ronzante lo aveva deciso, mentre progettava un universo pieno di un orrore innominabile.