Che suonino otto chitarre elettriche, dei ventilatori o che collaborino con uno psicoterapeuta bioenergetico, delimitare i confini del possibile all’interno del duo Barachetti/Ruggeri, costituito dai musicisti sperimentali Luca Barachetti (ex Bancale) ed Enrico Ruggeri (ex Hogwash) è sempre più difficile. In vista del loro primo disco insieme, li abbiamo intervistati, con una mezza idea di scoprire quali sorprese potrebbero riservarci a breve.

Come nasce l’incontro Barachetti/Ruggeri e l’idea di lavorare insieme?
Luca Barachetti: Come di preciso ci siamo incontrati non me lo ricordo. Il tutto comunque nasce dentro l’esperienza di Neverlab, collettivo artistico che per qualche anno ha prima organizzato e promosso eventi musicali e poi ha prodotto dischi e libri. Io venivo dall’esperienza dei Bancale, gruppo avant-blues in cui ho “suonato” (virgolette d’obbligo, perché in realtà non so suonare bene nessuno strumento) per alcuni anni. Enrico da quella degli Hogwash, che facevano indie-rock, e dopo un periodo di pausa aveva avviato un suo percorso di musica sperimentale che io apprezzo molto. Quella probabilmente è stata una scintilla. Un’altra è stata la nostra rispettiva visione della musica che per tanti versi è molto simile. Ma più di tutto forse è che insieme ce la ridiamo parecchio e senza troppi pudori.

Enrico Ruggeri: Va be’ se dici tutto tu io cosa ci sto a fare qui? Me lo dici? Sempre il solito.

A che punto siete del percorso per arrivare al disco (o a quello che sarà il lavoro completo, in qualunque forma lo pubblicherete…)?
LB: In questi anni di lavoro abbiamo scritto una dozzina di brani, in modo molto lento e meditato, che ruotano tutti intorno al mal di testa come metafora esistenziale e sociale. Ora siamo nella fase di registrazione, che avviene anch’essa in modo lento e meditato. Ci piace questo modo di fare le cose: suonare poco ma dopo aver pensato molto a quello che c’è da suonare, e anche viverlo emotivamente, come una sorta di silenziosa ma presente compagnia quotidiana.

Procediamo sempre levando, e non mi riferisco solo al levare suoni, ma proprio al levare il più possibile le ore di studio a favore della meditazione e della discussione su ciò che vogliamo produrre. Del resto Barachetti/Ruggeri non è un gruppo ma un incontro e uno scontro di due singoli individui che si portano appresso le loro differenti esperienze, a volte affini, altre volte contrastanti, per generare una musica che è ha come prerogativa quella di essere esperienziale.

ER: La mediazione temporale e intellettuale sui pezzi non toglie comunque un briciolo di immediatezza a quello che facciamo. Inoltre, durante le sessioni di registrazione, spesso ci ritroviamo a stravolgere ancora una volta ciò su cui avevamo già ragionato tanto. Lo scontro/incontro può e soprattutto deve produrre idee fresche e tutto il lavoro svolto a posteriori deve svanire per coagularsi in un grumo pulsante di istintività.

Il video di “Uomo occipitale” ospita la performance di Claudio Agosti: come nasce l’idea di interagire con uno psicoterapeuta bioenergetico?
LB: Nasce in modo molto semplice. Claudio Agosti è un amico e una persona pensante che ama i percorsi obliqui e in controtendenza. La psicoterapia bioenergetica è il suo lavoro ed è capitato di parlarne, soprattutto perché il sottoscritto soffre di mal di testa. Quando abbiamo pensato a chi coinvolgere in un brano sul male di testa dell’occipite, un brano che prova dopo prova andava facendosi via via sempre più sciamanico, abbiamo pensato a lui. Che ha accettato subito di buon grado, lasciandosi coinvolgere molto nella cosa (stiamo pur sempre parlando di una terapia che riguarda il trauma) con il risultato che potete vedere tutti.

Barachetti/Ruggeri: punti in comune e nuclei di concetti

Avete pubblicato il brano senza sovraincisioni, promettendo che la versione che finirà su disco sarà differente: perché questa scelta?
LB: Non c’è nessun motivo preciso dietro la scelta di riformulare alcuni dei brani che abbiamo scritto in modalità diverse unicamente per le videoperformance. Molto semplicemente ci piaceva differenziare le due cose e perseguire con lo stesso brano – ovvero con lo stesso nucleo di concetti, emozioni ed esperienze – due strade parecchio distanti, che però se si ascolta bene hanno almeno un punto in comune. E’ stata del tutto voluta invece la scelta di realizzare le videoperformance senza sovraincisioni, altrimenti sarebbe venuta meno l’idea di performance.
ER: In realtà anche buona parte delle tracce che finiranno su disco sono dei veri e propri live in studio, è rischioso e fonte di imperfezione ma comunque per noi credo sia il modo migliore per esprimerci con intensità.

Proseguirete con la pubblicazione di altri video, dopo “Fiume verticale” e “Uomo occipitale”? Avete intenzione di coinvolgere altri personaggi come Agosti nel progetto?
LB: Per ora non ci sono in programma altre videoperformance perché stiamo lavorando al disco e la preparazione di una singola videoperformance richiede parecchio tempo e molti sforzi. Ci sarà invece un videoclip, che sarà il primo singolo del disco.

ER: Non è detto che poi ci venga un’illuminazione o un incontro con qualcuno ci faccia venire altre idee. Per esempio a gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, ci siamo esibiti assieme a un bravo batterista jazz-sperimentale (Gionata Giardina) in una rivisitazione di Fiume Verticale dove le parole di Luca sono state sostituite da quelle del grande poeta rumeno Paul Celan. E il risultato è stato più che buono.