L’intervista: Ilaria Pastore, nella scomodità si cresce più in fretta

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Il secondo disco della cantautrice milanese Ilaria Pastore si chiama Il faro la tempesta la quiete: ne abbiamo parlato qualche giorno fa in sede di recensione. Oggi pubblichiamo un’intervista con la cantautrice, per chiederle conto dei cambiamenti effettuati dopo l’esordio Nel mio disordine e di altre questioni sparse.

Hai compiuto scelte differenti rispetto al primo disco, per esempio l’autoproduzione o la scelta di non suonare la chitarra. Le puoi spiegare? 
Trovo sia fondamentale tentare strade inesplorate per conoscersi meglio. Per esempio, denudarsi di una protezione grande come quella che può fornire una chitarra, è stata una scelta nuova. Cantare senza accompagnarmi, piuttosto che dare spazio a un approccio chitarristico diverso dal mio (in questo caso quello inimitabile di Gipo Gurrado), ha fatto sì che io potessi concentrarmi sulla voce e sull’interpretazione in modo diverso. Nella “scomodità”, si cresce molto più in fretta e si lavora più d’istinto e meno con la mente. Produrmi è stato un modo per prendere una posizione precisa, dando a me stessa la possibilità di avere l’ultima parola.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato nel realizzare il disco, se ci sono state?

La difficoltà maggiore è sempre una: lasciare andare. Separarsi dalle proprie abitudini, dai propri rifugi. Lasciando spazio a chi è li con te per cercare strade efficaci e profondamente autentiche.  Questa è una fase dalla quale si passa e che, immancabilmente, ti restituisce soddisfazioni incredibili. Dal punto di vista pratico autoprodursi significa anche attingere alle proprie forze economiche e, come tanti sanno, quando si vive di musica non è mai semplice in quanto punti costantemente su te stesso, cosa che richiede una grandissima forza di volontà.

ilaria pastore 3Hai dichiarato che c’è una “parte maschile” molto presente in questo lavoro: in quali tratti la trovi più evidente?

Con parte maschile mi riferisco al lato granitico di questo disco, che si svela piano piano, ascolto dopo ascolto. All’inizio i brani appaiono come canzoni quasi lievi, per poi svelare verità scomode, molto concrete. La parte maschile è quella che vede una ragazza diventare donna. E così, in un ragazzo che diventa uomo, possiamo vedere la parte femminile farsi avanti. Ci si completa, diventando grandi.

Come nasce “Polaroid”?

Da una foto bellissima e molto vecchia, che ritrae mia madre sorpresa a stendere i panni all’aperto. Lei era minuta e in questo gesto così naturale, sorride alla camera divertita. Tante domande, poche risposte, si fanno vive in alcuni momenti della propria esistenza e così ho voluto raccontare, tenendo come riferimento il paragone con i panni stessi, che talvolta il nostro elenco di incognite va lasciato lì, a dondolare al vento, in attesa che muti la propria consistenza.

Puoi raccontare la strumentazione principale che hai utilizzato per suonare in questo disco?

Il set è quasi basico, acustico: chitarre (classica, elettrica, acustica) suonate da me e Gipo Gurrado, basso elettrico di Lucio Enrico Fasino, il pianoforte di Mell Morcone, il Rhodes di Floriano Bocchino, la tromba di Marco Fior, il violoncello di Saverio Gliozzi, che ha anche scritto l’arrangiamento d’archi di “Va tutto bene” eseguito dal Khora Quartet, la batteria di Enrico Santangelo, piccoli Synth e programming gestiti dallo stesso Gipo Gurrado.

Questo impasto, molto personale e denso, potente ed estremamente delicato, è il risultato non solo degli strumenti prescelti, ma soprattutto dei musicisti che hanno suonato in questo disco. Unici e insostituibili.

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimi di più in questo momento e perché?

Mi immergo nell’ovvio: Niccolò Fabi, Carmen Consoli, Daniele Silvestri, Cristina Donà. Per me sono indipendenti a tutti gli effetti. Per la loro strada, lunga, fatta di live, di canzoni, di tentativi, di strade e nottate. Per una scrittura del tutto personale, sempre in evoluzione. Ci sono poi altri colleghi che stimo immensamente come Gnut, Veronica Marchi, Davide Zilli: sempre attivi, bravissimi, d’ispirazione per me.

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