Irene Buselli, “io, io, io”: recensione e streaming

Irene Buselli, genovese, è un’artista dalle mille sfumature. Scrivere è la sua passione, ma si laurea in matematica, perché alla fine non siamo certo solamente il mestiere che decidiamo di intraprendere. Dal 2019 inizia a prendere forma il suo progetto musicale, che arriva prepotentemente fino alla pubblicazione del primo album, intitolato Io, io, io: un disco che promette e mantiene, anche i pensieri che speravi non si affacciassero riescono a ritrovare lo spazio per venirti a cercare, ma quando li ritrovi sembrano fare meno paura delle prime volte.

Ha vinto il premio Bindi, Irene, proprio nella lunga estate calda 2023, partecipando a diversi premi e condividendo palchi con nomi importanti come Samuel, Gian Maria Accusani e Ginevra, sempre regalando quel pizzico di brivido che riesce a muovere con la sua voce, le sue pause, i suoi silenzi. 

Ho iniziato a scrivere canzoni per lo stesso motivo per cui a sei anni smontavo e rimontavo gli oggetti di casa: studiare “com’è fatto dentro”, che si parli di un pacco di biro nuove – con grande gioia di mamma e papà – o di un sentimento, un pensiero, un avvenimento. Scrivere questo primo disco è stato insomma il mio modo di mettere ordine nelle cose che ho capito di me a furia di smontarmi e rimontarmi. È un processo che è durato anni e che ora mi fa sorridere vedere racchiuso in meno di mezz’ora di musica, ma credo che in realtà sia più o meno la stessa proporzione che c’è tra quanto ci affanniamo a tentare di conoscerci e quanto poco siamo destinati a riuscirci: come nella foto di copertina dell’album, possiamo avere a volte la sensazione che sia possibile guardarci dentro, ma spesso è poco più di un’illusione ottica – un gioco di specchi, in questo caso. Pubblicare queste sette canzoni per me significa quindi condividere quel poco che ho scoperto dei miei ingranaggi e (mal)funzionamenti, facendo in qualche modo una piccola scommessa: che il modo in cui (non) funzioniamo come esseri umani a volte si somigli e che, quindi, questo album egomaniaco non sia solo un cantare di “me, me, me”. 

L’album è prodotto e mixato da FiloQ (già produttore per Vinicio Capossela e Mimosa) insieme a Raffaele Rebaudengo dello Gnu Quartet (produttori, tra le altre cose, dell’album di Federico Sirianni in nomination come miglior disco dell’anno per il Premio Tenco 22). Masterizzato da Mattia Cominotto presso Greenfog Studio, ha visto la collaborazione di Susanna Roncallo (chitarre), Roberto Izzo (violini), Raffaele Rebaudengo (viole), Ale Bavo (pianoforti), Matteo Marchese (batterie), FiloQ (beats & synths). 

Irene Buselli traccia per traccia

Perché tu non sei così sottile da infilarti nelle mie crepe / e non sei neanche spesso abbastanza da trattenermi mentre sottile scivolo fuori da questa stanza

Si parte con Così sottile, un gioco di parole che rischia di diventare un gioco delle parti mentre le consistenze diventano intenzioni, le paure si fondono alle prese di coscienza diventando cambiamento. Un testo affilato, tagliente, sottile, che sa di addio e di coraggio, quello della luce che filtra attraverso le persiane e ti ricorda che il buio non può essere per sempre. 

È difficile il cammino con il mio scafandro addosso / ma più difficile è una vita tutti i giorni fuori posto 

Fuori contesto, fuori stagione, come Il palombaro in una foresta protagonista del secondo brano. Autobiografica, coraggiosa, appesa a una leggerezza che sembra mancare come l’aria, che riporta l’attenzione sulla prima persona singolare da cui arriva il titolo dell’album, Irene Buselli sembra aver raggiunto una consapevolezza inevitabile, come quella di chi ha il coraggio di guardarsi in faccia.

Ti prego non fidarti dell’immagine allo specchio / anche se è dura,  se la disprezzi /  Trattati bene / non farti a pezzi 

Scusami continua a scavare, sempre più a fondo. Un dialogo intimo e profondo con un’altra versione di sé, quella che ancora non ha sogni e propositi infranti, che aspettava di raggiungere un traguardo e quando lo ha toccato aveva dimenticato del perché fosse così importante. L’amore, il libro nel cassetto, i ricordi di scuola, tutto il passato diventa un monito per il presente

E forse l’acqua non è il tempo, è proprio quel terrore / il panico di vivere è la vera alluvione 

Si scava ancora, si scava sempre. A scavare stavolta è La goccia di un rubinetto che perde e che richiama l’attenzione su qualcosa che non volevamo considerare, come i nostri fallimenti. Un sogno che diventa reale, la paura che la realtà diventi un incubo, mentre una via di fuga vera e gonfiabile cerca di farsi spazio dentro e fuori da te.

In balia della corrente / in balia del mare mosso / io vorrei solo avere meno ancora meno pelle addosso

Con un po’ meno pelle addosso torna a spargere sale su ferite aperte e lascia spalancate porte su infiniti abissi. Interi, incompleti, forse solo giovani se vogliamo ricordare anche Calvino, incontro a quella fine e verso quell’inizio che tutti abbiamo conosciuto, fatti di strati di pelle, di sogni e di speranze che sanno galleggiare nonostante tutto.

Per paura delle spine ho buttato anche le rose / per essere in prigione ma con tutte le mie cose 

Certi nodi non creano legami, ma stringono lacci che non lasciano andare. Andare pensieri, emozioni, desideri, vita. Chiedersi a ogni incrocio se la direzione è quella giusta non eviterà la possibilità di finire fuori strada, e il rischio calcolato non lascerà mai in bocca un gusto privo di amarezza: comprenderlo è rompere i Fili, lasciarli cadere.

Non so quanta fatica per tenerti lontano \ quando sarebbe bastato lasciarti la mano 

I nostri mostri più grandi, le nostre prigioni personali più buie, trovano spazio dentro A un dolore banale, che chiude un album sofferto e fiero, consapevole e incerto. Lasciare andare spesso sembra essere più complicato che ostinarsi a perpetuare il male, e ricorda spesso la direzione che non siamo riusciti a prendere prima di un bivio fondamentale, a cui necessariamente occorre ricalcolare il percorso.

Ci sono esordi che sanno di conferme. Il primo album di Irene Buselli ha proprio quel sapore lì: nessuna parola, nessuna nota trova spazio da occupare per caso, ma segue un preciso ragionamento emozionale. L’emozione di chi canta, l’emozione di chi ascolta, l’emozione che arriva senza neanche chiedere il permesso, e che si ritaglia il suo spazio personale per vivere incollata al dolore e a provare a fargli cambiare idea. 

Ci si ritrova il cuore ascoltando questo disco, auto-riferito per necessità, come quando indossiamo la maschera dell’ossigeno in aereo prima di aiutare gli altri.

Genere musicale: cantautrice

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