Jonathan Jeremiah, “Good Day”: la recensione #TRAKSTRANGERS

Good Day è il nuovo album di Jonathan Jeremiah, in uscita su [PIAS] Recordings, distribuzione Self.

Il nuovo disco vede Jonathan identificare le maniere appropriate per presentare i suoi brani, e se c’è qualcosa che ha imparato negli ultimi anni è che “il tempismo è un sentimento e la musica è un sentimento. Quando metti insieme persone a suonare, si tratta proprio di quel sentimento. Non vedo una connessione tra i computer e i sentimenti. I computer non respirano, calcolano.”

Good Day è stato registrato al Konk Studio di Ray Davies, descritto da Jonathan – che lo ha anche prodotto – come “un ambiente bellissimo che ha unito sei o sette persone insieme. È quello che sto cercando di catturare con i miei dischi, il suono delle persone insieme”.

Padre anglo-indiano, madre mezza irlandese, Jonathan Jeremiah ha trascorso praticamente tutta l'infanzia e l'adolescenza a Londra. Poi, quando ha capito di voler fare musica per vivere, ha varcato l'Atlantico, ha viaggiato da NY a LA, ha collaborato con Questlove e ha condensato le sue esperienze su questo disco.

Jonathan Jeremiah traccia per traccia

Una voce piena e calda ci accoglie su Good Day, traccia d'apertura nonché title track del disco. Il groove è caldo e la vicinanza con la musica soul molto evidente.

Ritmi più rallentati e qualche fischiettio su Mountain, che però riesce a scalare fino a momenti molto intensi, pur facendo riferimento a una strumentazione abbastanza ristretta.

Si torna ad atmosfere piuttosto black, ma con archi e cori femmili, grazie a The Stars Are Out, che fa pensare agli anni '70 in maniera sia morbida sia marcata.

Gli archi punteggiano anche la breve ma ricca di carattere Long Night. Un bel lavoro di basso caratterizza Deadweight, anch'essa un po' vintage. Il brano è estremamente cinematografico, non solo per colpa degli archi, ma è come se si passasse da scene western allo spionaggio al poliziesco, nell'arco di un cortometraggio che supera i 7 minuti.

Non si torna alla calma con una piuttosto incisiva Hurt No More, mentre Foot Track Magic si dedica ai virtuosismi di chitarra iniziali, dai quali emerge con un pezzo dai colori oscuri (come quasi tutto l'album) e con qualche aggressività del testo stemperata dai suoni.

C'è il pianoforte al centro della ballad No-one, molto classica e ricca di malinconia. Si torna ad atmosfere Seventies con U-Bahn (It's not too late for us), che potrebbe uscire da un disco di Bacharach (o dei primi Bee Gees, ma senza falsetto).

Si torna al pianoforte per Shimmerlove che riesce a suonare vintage a più livelli: evidenti i riferimenti antichi, ma alla mente tornano anche episodi come tutta quella platea di dj e band, da Moby ai Massive Attack, che a quella stagione degli anni Sessanta e Settanta facevano riferimento.

Si chiude con Yes in a Heartbeat, che si propone come più dolorosa che romantica.

Bella personalità e molta forza nelle canzoni di Jonathan Jeremiah, capace di mettere a segno un disco che magari non racconta niente di nuovo o stravolgente a livello di suoni, ma che arricchisce, corrobora e irrobustice l'ascoltatore.

Genere: cantautore

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