Kinozoe, “Astro”: recensione e streaming

Vocalist dei Txdsmook, Kinozoe intraprende il primo viaggio da solista parallelo alla band con un suo album dal nome Astro. Un disco caratterizzato da intense sonorità elettroniche, spesso animate da piccoli glitch, da deviazioni dal percorso, da piccole sorprese, fino alla provocazione, con testi che escono dalla quotidianità.

Kinozoe traccia per traccia

La traccia d’apertura è Terza Classe, un variegato tracciato elettronico, con strofe quasi rap e un’osservazione aperta sulla società contemporanea.

Cantata quasi sottovoce, ecco poi Astro, title track e canzone centrale del disco: ritmi alti e atteggiamenti quasi punk per un brano che ha caratteristiche taglienti.

Profili più ironici quelli di Di che pasta sei fatto, che ha dinamiche quasi rockabilly e una rapidità vertiginosa. Un’osservazione generazionale quella che accompagna Millennial, impetuosa e rotolante: un po’ il primo Vasco, un po’ Alberto Camerini, un po’ di tutto mescolato e frullato.

Dopodiché Il rock è morto e questa è la sua marcia funebre, tutta giocata sui bassi e sull’ironia. Del resto si deve uscire dalla Comfort Zone e lo si fa con un brano aggressivo e d’impatto, graffiante e con molte vibrazioni.

Tre minuti esatti per cantare Morfeo, che si allinea su toni post punk e un po’ decadenti. Anche più breve Charlton Heston, che si incista su giri minimali e ossessivi. A chiudere voglio di più, altro brano piuttosto “pieno” e molto volitivo, con cori quasi prog e curiose svolte quasi ovunque.

Un’elettronica sghemba, a volte storta, con un gusto artigianale, ma anche molto sincera: Kinozoe mette a punto la propria poetica in nove tracce che hanno pregi indubbi, come l’originalità e la creatività dispiegate a piene mani.

Genere musicale: elettronica, synth pop

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