Qualche tempo fa ci eravamo occupati della musica di Colony, segnatamente per il disco Music for Empty Rooms uscito qualche mese fa (qui l’intervista).

L’occasione di tornare a parlare delle sensazioni provocate dell’elettronica moderata ma pervasiva di Colony è data da Time Destroys Everything, nuovo lavoro del musicista veneto, che è dedicato in modo significativo “To My Father” e che si occupa con tutta evidenza della vita oltre la morte.

Si parte con un messaggio di speranza, diciamo così: la prima traccia, che si allarga sugli otto minuti, è See you in the next world, che parte da una pulsazione singola per costruire un’architettura ascensionale di stampo gotico, ove all’aggettivo si associno le cattedrali nordeuropee medievali, con la proiezione verso l’alto e i nudi spazi di pietra.

A seguire Gone Away Forever, che non muta assetti ma aggiunge qualche effetto come a suggerire un potente vento che spazza via i ricordi.

C’è qualcosa che si muove sullo sfondo di Long After I’m dead, che subisce qualche influsso dalle sonorità dark wave e che presenta caratteristiche di lenta progressione.

Ci si sposta nell’ambito di dubbi esistenziali con Have I Ever Been Real? che abbandona le pur tristi serenità iniziali e si inoltra in percorsi contrassegnati da maggiore inquietudine.

Discorsi liquidi e considerazioni sempre più oscure sono le fondamenta su cui è costruita Portrait of God as a Human Failure, titolo particolarmente riuscito e semicitazione joyciana per un landscape sonoro che riesce a risultare epico ma anche rovinoso.

There is no Band e la seguente Built to collapse sono più brevi degli altri brani e saturano l’atmosfera di movimenti sotterranei. It took a Lifetime to understand prosegue e sottolinea gli stessi concetti sonori.

C’è qualche indizio di tranquillità in più in I Hid a Stone inside my Heart, mentre Until the Mountains turn to Ashes disegna panorami lontani. E si parte in lontananza anche con le sonorità della lunghissima You, sostanzialmente un lungometraggio di un’alba all’orizzonte.

E dopo il rapido accenno di Never Let Me Go, che cambia l’atmosfera ed effettua un passaggio pianistico lontano dalle atmosfere soundscape, si chiude con i suoni soffusi di The Eye of the Silence.

Il lavoro di Colony in questo caso è davvero monumentale, per proporzioni e ambizioni. Non c’è un distacco concettuale enorme rispetto al lavoro precedente, anche vista la scarsa distanza temporale. Ma il lavoro si rivela essere all’altezza dell’ambizione.