Un progetto jazz che per certe caratteristiche ricorda una rock band, con tanto di data di fondazione (2008) e ora con tre album alle spalle: si parla di Jümp the Shark, gruppo che vede come capofila Piero Bittolo Bon e che da poco ha pubblicato il nuovo lavoro, Iuvenes Doom Sumus. Ecco la nostra intervista con il sassofonista.

Terzo disco e settimo anno di attività: che cosa tiene insieme così a lungo un progetto come il vostro, in un genere come il jazz che è per definizione fluido e quindi anche soggetto a cambi di formazione quasi continui?

L’unica strategia di sopravvivenza per chi ha deciso di intraprendere la carriera di musicista di nicchia per le nicchie è quella di collaborare con miriadi di formazioni e musicisti diversi e parallelamente assemblare gruppi più o meno duraturi a seconda delle proprie esigenze artistiche e/o economiche.

Cionondimeno l’esigenza di avere una sorta di “casa-base” dove riuscire ogni tanto a ritornare e riprendere il filo di un discorso di più ampio respiro è per me molto forte, non fosse altro per cercare di lenire i (per me) perniciosi effetti collaterali dati dal dover affrontare costantemente così tanti repertori e attitudini al far musica.

Con somme fatiche date dalla logistica impossibile (siamo disseminati su di un asse che va da Berlino a Roma) e dal fatto che portare in giro a suonare un sestetto nel 2015 è un’impresa suicida, di tanto in tanto riusciamo a infilare qualche concerto.

Così a spanne direi poco più di una ventina nell’arco della nostra onorata carriera. Poteva andare meglio.

Sembra di capire che la matrice impro si scontri in questo disco con un’esigenza di trovare un “lavoro di squadra” più coeso (fermami quando inizio a parlare come un allenatore di calcio nelle interviste del post-partita…): mi pare di notare questo tipo di lavoro soprattutto in pezzi come “Schroedinger’s Sofa Bed”. Da cosa nasce questo tipo di esigenza?

E’ un’esigenza che sentivo in egual misura anche nei lavori precendenti… Anzi, rispetto ai primi due dischi penso di aver privilegiato un’approccio un po’ più fluido e sbilanciato in qualche modo verso l’improvvisazione.

La scrittura è al solito piuttosto presente ma le briglie sono un po’ più sciolte. Penso per esempio a un paio di brani del primo album, “Sugoi Sentai! Gattai!!”, che erano interamente scritti.

In “IUVENES DOOM SUMUS” questo, per dire, non avviene. Nel brano che citi effettivamente la parte finale, in soldoni un lungo obbligato in crescendo esposto all’unisono da sax, trombone e contrabbasso con l’aggiunta di una linea contrappuntistica di vibrafono e chitarra, può dare l’impressione di un gruppo votato a sonorità più granitiche, ma come avrai ascoltato in altri punti si sfarfalleggia molto più allegramente!

Vorrei capire come nasce il concetto base della “Venetian Self-referential tune”, più volte ripresa nel disco.

Sono da poco più di un anno a questa parte un felice esule veneziano in Ferrara. Venezia rimane e rimarrà sempre tatuata a tinte forti nelle mie budella, ma è una (ex) città nella quale per mille motivi io -come tanti altri- non potevo più rimanere.

Una delle cose che mi hanno da sempre dato sui nervi di Venezia è appunto la sua costante autoreferenzialità, caratteristica che è riuscita a teletrasportarla in una sorta di murrayano groundhog day, dove tutto si ripete uguale da anni.

La scena musicale locale -senza voler generalizzare- non ne è esente, ne consegue che le canzoni in veneziano sulla vita dei veneziani a Venezia non mancano mai. Come personale regalo d’addio ho voluto dare anche io il mio piccolo contributo, seppur senza parole.

Anche “Of Boys, Frogs and Streetlamps” è ispirata a un triste quanto ridicolo episodio lagunare di un paio d’anni fa.

Avete scelto il crowdfunding per questo disco: perché e come vi siete mossi? Potete dire due parole anche sulla copertina di Dottor Pira?

Perché fare i dischi costa e non c’è una lira! Com’è consuetudine nel dorato mondo del jazz, il leader -che in questo caso sarei io- è quello che paga (lo dico perché ti stavi rivolgendo a noi al plurale, ma in questo caso non vale), e a meno che non si trovi un’etichetta disposta a finanziarti registrazione e stampa -cosa ormai praticamente impossibile, non solo in Italia- non ci sono molte altre alternative al crowdfunding, strumento meraviglioso di cui però non bisognerebbe mai abusare.

In questo caso, e anche col precedente disco “Ohmlaut” con la somma raccolta sono riuscito a pagare le spese dello studio di registrazione. Poteva andare peggio. Approfitto dell’occasione per ringraziare ancora una volta tutti quelli che hanno contribuito!

Col Dottor Pira -uno dei pochi veri artisti a tutto tondo che ci siano rimasti in questo sciagurato paese- si aveva già collaborato alla copertina di Ohmlaut: lui mi ha mandato dei disegni in bianco e nero, e io li ho poi rimontati secondo una mia personale logica.

Se vi capita sottomano una copia di quel disco potrete toccare con mano la mia visione totalmente pessimistica rispetto alla musica (quella che facciamo noi, s’intenda).

Per IUVENES invece è andata così: gli ho scritto se aveva voglia di farmi una copertina egizia con degli schiavi. Lui me l’ha fatta, e in omaggio ci ha infilato anche il dio Thot che beve una birra e un egizio non identificato su di uno skateboard volante. E’ bellissima.