Benché sia perfettamente immerso nel presente indie, Leo Pari è uno dei personaggi più “storici”, anzi uno di quelli che possono vantarsi di aver inventato il “suono indie”. Cinque dischi alle spalle, compreso il molto elogiato Hotel Califano, e uno in arrivo, anticipato da un pugno di singoli, compreso l’ultimo, Lucchetti. E oltre a quello tantissime collaborazioni, compresa la produzione di Superbattito di Gazzelle. E ovviamente con Thegiornalisti, con cui è salito sul palco tanto da essere inseguito da certe voci che…

Partiamo da “Lucchetti”, che ha un titolo un po’ “mocciano” ma che è decisamente “tua”: mi racconti qualcosa di più sul nuovo singolo?

La canzone nasce per parlare della fine di un rapporto. Soprattutto di quel senso di incomprensione che la maggior parte delle volte ci rimane. Un po’ dentro, un po’ sullo stomaco e un po’ sul cuore. Tutte quelle cose che non si sono dette nel momento in cui ce n’era la possibilità o quella frase in più, quel pensiero carino in più… Ma poi anche tutti i ricordi, i momenti felici, dove vanno a finire?

Mi sono immaginato che in qualche modo ci rimangano dentro, però anche come un peso. E da qui l’immagine del lucchetto, qualcosa che tiene intrappolato ma allo stesso tempo sigilla delle suggestioni e dei pensieri del passato.

In realtà ho stravolto il concetto del lucchetto come metafora amorosa. Tu citavi Moccia, ma anche Ponte Milvio: il lucchetto è considerato qualcosa che suggella per sempre una storia d’amore. Nel mio caso ho rovesciato il significato, ed è qualcosa che suggella per sempre un rimorso, un rimpianto dentro di noi.

I singoli che hai pubblicato faranno parte di un concept sull’universo femminile. Vorrei che mi raccontassi qualcosa di più in merito e che mi dicessi che cosa ti ha spinto a indagare una materia così perfettamente incomprensibile

Bravo, è proprio quello il punto di partenza… E’ proprio il desiderio di capirne di più, quando si mette una lente di ingrandimento su qualcosa, spesso è per cercare di comprenderla. L’universo femminile mi ha sempre affascinato in maniera particolare, anche perché me ne sono trovato distante in alcune occasioni.

Quindi ho deciso di parlarne, anche perché dentro di me, soprattutto in quest’ultimo periodo sento il mio lato di sensibilità femminile, che anche tutti gli uomini hanno, lo sento molto spiccato. Mi sento anche più vicino alle tematiche femminili. Quindi mi sono ritrovato a scrivere queste canzoni. Dopo le prime tre o quattro che ho scritto, le prime sono state Matrioska e Le donne sono come le stelle, mi sono reso conto che l’impianto narrativo che utilizzavo era sempre di un “io” che si rivolge a un “tu” femminile.

Quando mi sono reso conto di questa cosa che era successa in modo abbastanza inconsapevole, mi sono detto che forse avrei potuto fare un intero album in cui mantenevo questa stessa forma stilistica. Io che mi rivolgo in prima persona a una donna. Che poi non è per forza sempre la stessa all’interno delle canzoni.

Da lì è nata l’idea di fare questo disco che parla assolutamente dell’universo femminile cercando di analizzarne le sfaccettature, così come cerca di analizzare le sfaccettature dei rapporti che si hanno.

A prescindere dal fatto che stai per pubblicarne uno, credi ancora negli album? O siamo destinati a un futuro tutto singoli ed ep?

Personalmente io credo molto nell’album e penso che sia poi per me il modo di espressione più completo. Quando scrivo un disco c’è sempre un filo conduttore nelle canzoni, se non altro per il fatto che sono scritte più o meno nello stesso periodo. Quindi è il Leo Pari di quel periodo che canta.

Però è chiaro che anch’io in qualche modo ho notato che c’è una nuova logica, la logica della playlist, che ci impone di essere presenti sul mercato più volte. Per questo tutti pubblicano molti singoli, addirittura alcuni pubblicano solamente singoli perché ti dà la possibilità di avere una promozione continua. E piuttosto che fare la promozione per un intero album si fa lo stesso tipo di promozione per un singolo. Diciamo che ha una sua logica, figlia dei tempi.

Può piacere o non piacere. Quello che a me interessa è che, nel momento in cui uscirà tutto l’album, spero e confido in un ascolto completo, a 360 gradi del lavoro, perché per me davvero rende possibile la comprensione delle canzoni ascoltandone l’interezza.

Sabato farai l’ultimo concerto in acustico al Largo di Roma. Che serata ti aspetti e, ovviamente, qual è il tuo pensiero sui live in questo momento

Il momento è delicato e non si hanno certezze. La serata sarà ovviamente svolta nel rispetto delle norme, quindi si inizierà presto, posti assegnati, tavoli separati da plexiglass. Spero di poter ugualmente creare un’atmosfera calorosa, ma allo stesso tempo bisogna stare attenti e seguire assolutamente le normative.

Sarà una serata però particolare. Prima del concerto sarà presentato in anteprima il video di Lucchetti, con Valerio Desirò che ne è il regista, che farà un’introduzione. poi avrò due ospiti: il primo è Roberto Angelini e il secondo è Galeffi. Faremo dei pezzi insieme, sarà una situazione particolare, ci saranno diverse sorprese. Faranno un pezzo con me entrambi e poi faremo una cosa tutti insieme.

Rispetto al discorso artisti/pandemia credo che mai come ora sia emersa una tendenza che credo non si possa sconfiggere in qualche modo: come fai a spiegare all’uomo della strada che quello del musicista è un lavoro vero quando per esigenze di copione la tua immagine dev’essere quella del festaiolo, di quello che si alza alle due del pomeriggio, di quello che beve?

Se non altro io inviterei a fare una riflessione: se pure può sembrare poco un lavoro quello dell’artista che sale sul palco e che ha questo stile di vita bohémien, se non altro dovrebbe apparire vero lavoro quello di chi sta lì, monta il palco, lo smonta, fa il fonico, sta dietro le quinte e “solleva i pesi”, nel vero senso della parola. Che almeno sembri un vero lavoro quello dell’addetto, del tecnico, del “luciaio”, del fonico, del roadie, dell’assistente di palco.

Perché purtroppo questa fascia non è affatto tutelata, è come se si fossero ritrovati a perdere il lavoro da un giorno all’altro ma senza cassa integrazione. Chiaro che la situazione diventa pericolosa e diventa forse poi anche difficilmente recuperabile perché magari ci sarà bisogno che una percentuale di queste persone si inventino un nuovo lavoro e quando sarà il momento di tornare non saranno più disponibili per rifare questo. Il problema è non piccolo.

Temo che anche loro siano finiti nel cono d’ombra degli artisti: se l’uomo medio percepisce quello del musicista come un non lavoro, forse pensa che anche chi sta dietro lo faccia per hobby…

Pazzia! Poi negli ultimi cinque o sei anni c’è stata davvero una rivoluzione di gruppi o cantanti che sono usciti dal niente ad arrivare a fare spettacoli nei palazzetti anche con diverse repliche. Si era veramente rigenerato il mercato della musica. Il neopop, o indie, o itpop, come lo vogliamo chiamare, poco importa. Però aveva rigenerato un grandissimo interesse fra i giovanissimi.

E questo era un fenomeno che non succedeva da tantissimo, fino a dieci anni fa i palazzetti li facevano Ligabue, Cremonini, Jovanotti, grandi nomi venuti dal mainstream. E’ stato meraviglioso vedere come gruppi venuti dal niente, da piccole etichette suscitare l’interesse delle grandi major e del pubblico. Diciamo che questo è diventato il nuovo pop. Quindi è proprio un peccato enorme che questo piccolo traguardo raggiunto si stia velocemente sgretolando.

Proprio parlando di questo, tu hai una prospettiva molto privilegiata sulla musica italiana, come musicista, produttore, autore, collaboratore su dischi di altri eccetera. Mettendo un attimo tra parentesi il discorso Covid, come sta l’indie secondo te? E che cosa ci sarà dopo l’indie?

Secondo me l’indie in questo momento è il pop e gode di ottima salute. Ci sono degli autori e degli interpreti veramente forti, che sono diventati anche delle figure generazionali. Cosa che, ti ripeto, non vedevo da un paio di decenni. Sarebbe stato o sarebbe un ottimo momento.

E poi vedo che c’è voglia di progredire: come in tutte le cose quando il gioco diventa più complesso e si raggiungono dei livelli più alti si alza l’asticella anche dal punto di vista della proposta. Vedo che c’è anche voglia di sperimentare, di fare cose diverse.

Io lavoro con molti autori e cantanti e vedo che c’è proprio voglia di fare delle cose differenti da quelle che hanno fatto nel disco precedente. Vedo una volontà di progredire, come era successo nei ’70 con il rock inglese. C’era uno scenario talmente assortito, talmente pieno di grandissimi artisti, di grandissime menti e personaggi musicali che per forza di cose inizia a esserci competizione, si cerca sempre di inventare la cosa più figa degli altri. E questo non può che far bene.

Mi fai un nome di personaggio che secondo te esploderà definitivamente da qui a poco?

Non è semplice. Io confido molto in Galeffi e anche in Vipra, che sono degli artisti con i quali ho collaborato nei loro prossimi dischi e con cui ho scritto canzoni che usciranno nei loro prossimi lavori. Quindi oltre ad augurarmelo personalmente le trovo due delle proposte più fresche del momento.

Come si diceva hai lavorato con metà della scena indie. Chi ti manca e ti stimolerebbe particolarmente?

Per esempio non sono mai riuscito a collaborare con Edoardo, Calcutta, nonostante ci leghi un’ottima amicizia e una stima reciproca. Però non abbiamo mai avuto occasione. Sarebbe interessante. Anche con Contessa, che ho conosciuto e che ha lavorato nei miei studi per il disco di Coez, è un altro personaggio con cui mi piacerebbe lavorare. Se solo riuscissi a farci due chiacchiere…

Il famoso quarto disco dei Cani, con Leo Pari!

Se solo dicesse due parole nell’arco di una giornata (ride molto, ndr)…

Avrai apprezzato che fin qui non ho detto una parola come “Thegiornalisti”. Però ora me lo puoi dire: ci hai pensato seriamente a prendere il posto di Tommaso?

No no ma non l’ho neanche presa in considerazione quell’idea… E’ stata veramente una fake news che è uscita dal niente, penso anche dal nucleo dei fan, che magari potevano auspicare. Ma non aveva senso per me: io ho le mie canzoni da portare avanti, il mio percorso. Quella è una storia che non è la mia. Non vedo perché avrebbe dovuto verificarsi una cosa del genere.

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