Una serie di album di musica elettronica già pubblicati, un ultimo lavoro, Music for Empty Rooms, realizzato da poco e un altro in arrivo molto presto: il nickname è Colony (il nome vero io lo so ma voi è meglio che non lo sappiate, oppure dovrei uccidervi uno a uno, e francamente non ho voglia) e questa è la nostra intervista.

Puoi raccontarmi la tua storia fin qui?

Il progetto ha preso il via nel 2006 basandosi principalmente su computer e sintetizzatori e relegando in secondo piano gli strumenti musicali tradizionali che avevo impiegato in altre situazioni per i precedenti 15 anni.

Colony ha sinora prodotto quattro album: “This Machine Never Sleeps” nel 2007, “Meet, Merge, Dissolve” nel 2010, “Cities Apart” insieme al musicista giapponese Akito Misaki nel 2012, “Music For Empty Rooms” nel 2013 ed entro la fine di quest’anno sarà la volta di “Time Destroys Everything”. Tutti gli album sono scaricabili gratuitamente all’indirizzo iamcolony.bandcamp.com

E’ difficile per me parlare di specifiche influenze musicali – dato che tutto negli anni tende ad amalgamarsi e confondersi – ma se dovessi fare dei nomi a puro uso e consumo di chi ascolta o naviga in rete, allora tra tanti sceglierei Erik Satie, La Monte Young, Kraftwerk, Brian Eno, Joy Division, The Boards Of Canada e Aphex Twin.

Mi piace inoltre ricordare l’eccellente lavoro fatto negli anni da etichette come Mute, Warp, Kompakt e 12K. La lista potrebbe davvero continuare a lungo e finirebbe ovviamente per includere anche libri, film e cose che con la musica in sé non hanno niente a che fare.

Mi sembra di capire che “Music for Empty Rooms” parta da concetti di spazialità e, direi, di abbandono: quali sono i presupposti sui quali poggia il disco?

Lavorare a “Music For Empty Rooms” è stato un processo lungo e tortuoso. Un gesto catartico, assolutamente personale, che spero sia servito a ricordarmi di non guardare troppo a quello che negli anni poteva essere e invece, per un motivo o per l’altro, non è stato.

Il passato, visto attraverso questa triste lente deformante, è solo la terra dei morti. Non c’è nessuno là. Queste sono “le stanze vuote” del titolo. Tuttavia all’interno dell’album ci sono così tanti elementi che alla fine l’ascoltatore può scegliere di vederci quello che vuole. Ed è assolutamente giusto così.

Nonostante la presenza dell’elettronica, mi sembra che la “guida” della tua musica rimanga sempre il pianoforte: qual è il tuo iter compositivo?

Essendo un polistrumentista autodidatta non ho un particolare metodo da seguire al di fuori di una certa costruzione matematica e “circolare” dell’arrangiamento. E comunque un brano è finito quando sono essenzialmente stanco di lavorarci.

L’ispirazione può cogliermi alle spalle mentre sono in coda a un semaforo – e non posso quindi fare granchè – oppure può lasciarmi passare ore e ore davanti al computer o all’amplificatore senza cavarci alla fine un ragno dal buco.

E’ normale: sono solo un sincero artigiano e non un genio. A volte capita che il sibilo del vento attraverso una vecchia finestra, oppure il rumore di un aereo in lontananza, o ancora il lamento di un nastro magnetico mandato a un quinto della sua velocità possano suggerirmi soluzioni e percorsi sonori imprevisti: anche il caso gioca quindi la sua parte e l’imponderabile che si manifesta durante una o più fasi della lavorazione di un brano è sempre il benvenuto.

E’ decisivo per me continuare a mantenere lo stupore che avevo quando ho cominciato questo percorso. Il senso di pericolo, anche. Come se la situazione fosse continuamente sul punto di sfuggire al mio controllo e qualsiasi cosa possa sempre accadere da un momento all’altro. Quando questa magia sarà finita, allora sarà venuto il momento di voltare pagina e passare ad altro.

Il pianoforte che si trascina in lontananza è stato il trait d’union in “Music for Empty Rooms” perché così è semplicemente accaduto fin dall’inizio della lavorazione. Quel suono familiare fornisce inoltre un appiglio sicuro per l’ascoltatore durante tutti i 130 minuti dell’album. Nel prossimo “Time Destroys Everything” le cose saranno invece diverse e di appigli ce ne saranno ben pochi.

“You Never Came Back Home” si distacca dal resto del disco anche per l’utilizzo della voce di Maria Messina: come nasce il brano?

Conosco Maria Messina da anni e abbiamo lavorato insieme su un precedente progetto musicale che forse un giorno vedrà la luce. Per il brano in questione volevo che la sua voce emergesse dal nulla, accerchiando l’ascoltatore come una presenza indecifrabile che vagasse da una stanza all’altra di una casa vuota.

Nutro da sempre una profonda ammirazione per le smisurate doti musicali e compositive di Maria Messina e per la sua capacità vocale nel passare da Kate Bush a Lisa Gerrard nello spazio di 5 secondi senza smettere mai di essere se stessa.

Chiedere a lei di partecipare a “Music For Empty Rooms” è stato naturale così come lo è stato chiedere a John Mario – voce dei Dead Man Watching e apprezzato cantautore solista – di essere l’altra voce ad accompagnarmi in questo capitolo del mio viaggio verso chissà dove con la fragile e desertica “Well Of Memory”.