“Un uomo è perso senza la sua storia e io non voglio dimenticare“. Un ritornello che, cantato come primo brano del tour Quarant’anni di 17 Re, assume un significato ancora più potente per i Litfiba, arrivati a Genova sul palco di Altraonda Festival, all’Arena del Mare del Porto Antico.
Per l’occasione Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, la formazione classica della band (con alla batteria Luca “Mitraglia” Martelli) hanno scelto di tornare insieme per regalare al pubblico uno spettacolo coinvolgente e, senza alcun dubbio, politico. Lo ha sottolineato anche una persona tra il pubblico, che forse non aveva ben chiaro quale spettacolo fosse andata a vedere: 17 Re è infatti il secondo capitolo della “trilogia del potere”: “Se volevi sentir parlare di figa hai sbagliato concerto”.
E nessun dubbio può sorgere ascoltando Pelù cantare e, soprattutto, parlare. Ogni brano in scaletta è introdotto da una riflessione, più o meno esplicita, su ciò che il mondo è diventato o, più semplicemente, è sempre stato: un luogo in cui l’uomo patriarcale, portatore di odio e guerra, distrugge in nome del profitto e del proprio interesse.
La prima canzone è, inevitabilmente, 17 Re, il brano che ha dato il titolo al disco quarant’anni fa pur non essendo incluso nell’album. Piero Pelù sale sul palco con il Re Scimmia e lo indossa come maschera fino alla fine del pezzo, per poi proseguire con Come Dio e Oro nero. Congedati i fotografi, il concerto continua con Sulla terra, Vendetta e Ferito. Non manca il ripudio della guerra – “Sono obiettore di coscienza dall’83 e ne sono orgoglioso, mio nonno mi ha raccontato quegli orrori” – né l’invito al ministro Crosetto a smettere di vendere armi a Israele, né la presa di distanza dal generale Vannacci e dagli ideali che rappresenta.
Un brano dopo l’altro fa cantare e ballare un pubblico partecipe, cresciuto tra una Ballata e un Tango, che applaude artisti capaci di parlare ancora di pace e di ingiustizie, nonostante oggi sia sempre più complicato farlo. Anche il caldo diventa protagonista: “Genova è il più bel bagno turco della mia vita”, commenta Pelù, riferendosi alle temperature torride che stanno caratterizzando l’estate genovese del 2026.
Poi ancora canzoni e riflessioni: su Sandro Pertini, il presidente partigiano, sull’energia nucleare, che “sembra pulita ma non lo è”, fino al momento più intenso della serata. “Non ho mai sventolato il tricolore, nemmeno quando abbiamo vinto i Mondiali”, dice Pelù, salendo sul palco con la bandiera italiana. “Ma ora questa ondata populista mi ha fatto venire la voglia: questa bandiera, senza il simbolo del re sabaudo, è la bandiera dell’Italia libera e antifascista“. E così, sventolando il tricolore, intona Il vento.
Ancora musica fino alla chiusura, affidata a Tex e Cangaceiro, in un concentrato di energia difficile da dimenticare, che ha dimostrato ancora una volta come l’età, molto spesso, sia solo un numero, soprattutto per musicisti del calibro di Pelù e compagni. “In un mondo di paraculo, questa è la riserva indiana del rock’n’roll“. E chi c’era difficilmente potrà dimenticarlo.
Foto di Daniele Modaffari
Scaletta
Febbre
17 re
Come Dio
Oro nero
Sulla terra
Vendetta
Ferito
Apapaia
Ballata
Re del silenzio
Pierrot e la luna
Univers
Tango
Café, Mexcal e Rosita
Gira nel mio cerchio
Cane
Resta
Il vento
Istanbul
Santiago
Eroi nel vento
La preda
Tex
Cangaceiro





















